«Il funerale dell’auto è stato celebrato con l’approvazione del Green Deal. Ed è difficile resuscitare un cadavere. Si può, però, immaginare una rinascita puntando su motori endotermici alimentati con i biocarburanti». Domenico De Rosa, amministratore delegato del Gruppo Smet, uno dei colossi dei trasporti in Italia, non cede a illusioni, è quasi tranchant. Da tempo dedica alla crisi dell’auto post quotidiani su Linkedin, che suscitano reazioni e dibattiti. Può essere l’interlocutore giusto per fare un punto mentre il mercato di settembre ha appena confermato un nuovo calo in Europa delle vendite – meno 4% - nel confronto mese su mese.
Dottor De Rosa, come siamo arrivati a questo punto che lei giudica di non ritorno per l'industria dell’auto?
«Perché ha prevalso l’ideologia. Quando si è deciso il futuro dell’auto anziché puntare su una transizione ecologica neutrale si è scelto un’unica soluzione: l’elettrico. Una decisione che ha un’anima ecologista. Così abbiamo sacrificato alla causa ambientalista decenni di competenza tecnologica sui motori endotermici. Non vorrei essere frainteso.Sono perfettamente d’accordo che si debba perseguire l’obiettivo carbon free. E’ il modo che contesto. Una minoranza che auspica un futuro senza fabbriche ha imposto la sua linea alla maggioranza degli europei. Ma questa scelta ci presenterà un conto assai salato, sia sotto il profilo economico, sia sociale».
Concorda dunque con il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin che ha definito un’idiozia puntare solo sul mercato elettrico dopo il 2035?
«La verità è che siamo di fronte a un dato di fatto. Era già tutto previsto sin da quando la lobby ecologista ha presentato il Green Deal, imponendo di fatto l’elettrico come unica soluzione. Ma tutte le volte che la politica ha imposto scelte economiche al mercato ha sempre fallito. Con conseguenze, però, pagate dalla gente».
Ecco, il mercato continua ad andare controcorrente sia rispetto alle scelte della Ue sia alle campagne pubblicitarie delle case costruttrici, che insistono nel promuovere auto elettriche. La quota mercato delle Bev in Europa è appena al 14%. Si può ignorare una regola base dell’economia, cioè mai andare contro il mercato?
«E’ inspiegabile come i car maker non abbiamo saputo intravedere dove si stavano infilando con la scelta di sposare la conversione al’elettrico. Un suicidio per tutte le case europee. Ma devo dire che anche i sindacati hanno brindato alle politiche ultragreen dell’Unione europea dimenticando degli effetti che avrebbero avuto per la loro base elettorale, cioè la classe operaia. Il Green Deal avrà effetti dirompenti sull’industria manifatturiera del Vecchio Continente e gli effetti penalizzeranno soprattutto i lavoratori. Basti pensare a tutto il settore della componentistica che lavora per produrre un’auto. In una vettura elettrica c’è un terzo dei componenti. E anche le nuove generazioni pagheranno le conseguenze di questo accordo disastroso».
Non c’è spazio per una retromarcia? La chiedono alcuni big dell’auto come il ceo di Bmw e anche l’Italia ha proposto alla Ue di anticipare il primo tagliando sul "Green deal" al prossimo anno per arrivare a posticipare lo stop ai motori endotermici nel 2035 a fronte dello scarso impatto dell’elettrico sul mercato.
«Detto per inciso che le auto Bev in circolazione sono la metà della quota perché le altre vetture sono state acquistate dai dealer ma prendono polvere sui piazzali invendute, non vedo spazi per un cambio di rotta. Si è andati troppo avanti ormai. Mi pare che tutto sia già pianificato, deliberato, in esecuzione. Né vedo ravvedimenti nella nuova maggioranza europea, che poi è la stessa di prima»
Però a luglio l’Ue ha varato una serie di dazi sulle auto elettriche importate dalla Cina. Non può essere un segnale?
«Non la ritengo una misura d’aiuto. I costruttori europei sono andati in Cina per costruire veicoli elettrici da vendere poi nel Vecchio Continente. Così si crea solo un inutile cortocircuito senza peraltro fermare l’invasione cinese che ha bisogno di un mercato come quello europeo dove piazzare le auto che non riesce a vendere nel suo Paese. Questa è un’altra contraddizione: in Cina si vende di meno e si produce di più».
In italia invece la produzione crolla. Non ci sono speranze?
«Ormai siamo scesi a mezzo milione di auto prodotte nel nostro Paese. Ha ragione Montezemolo quando denuncia un silenzio assordante attorno all’auto italiana. Soprattutto quando c'è stata la vendita di Fca. E la verità è che oggi in italia è rimasta solo Ferrari».
E non servirebbe un secondo costruttore?
«No, le auto in un futuro sempre più prossimo arriveranno prodotte altrove. Gli armatori si stanno già organizzando verso questo nuovo business. Il Green deal più che riconvertire l’industria dell’auto europea ne sta decretando la morte. Butteremo a mare decenni di esperienza e anche non pochi gioielli della tecnologia: piccole aziende che hanno saputo conquistarsi spazi sul mercato sfruttando l’ingegnosità di chi le ha fondate».
Eppure un economista come Lorenzo Bini Smaghi, ex rappresentante dell’Italia nel board della Bce, sostiene che si deve insistere sul 2035 perché un rinvio non è scontato che consenta ai produttori europei di recuperare il divario con i cinesi sull’elettrico e con i giapponesi nell’ibrido. Cosa risponde?
«Dico che posticipare è un’acqua che non disseta. La partita è già persa se la politica non apre a scenari nuovi. Ma non mi pare ci siano le condizioni».
Quali sono gli scenari che si auspica?
«Aprire davvero a una transizione ecologica neutrale, che dia il via libera ai motori endotermici alimentati da biocarburanti. Il mio gruppo dal 2016 ha puntato sui carburanti prodotti anche dallo sterco animale, dimostrando che si può contribuire a migliorare l’ambiente senza cedere anima e corpo ai talebani del green».
Le elezioni americane ormai alle porte possono cambiare qualcosa?
«Senza dubbio potrebbero far preludere a un cambio di rotta. E ancora più decisive per l’Europa potranno risultare le elezioni in Germania dal prossimo anno. Due crocevia che potrebbero anche risultare fondamentali per un’inversione di marcia, per un redimersi della politica».

