Cronaca

Sciopero generale del 30 ottobre, aderiscono anche docenti e ricercatori dell'Università di Salerno: corteo contro carovita e riarmo

Martina Francione
Sciopero generale del 30 ottobre, aderiscono anche docenti e ricercatori dell'Università di Salerno: corteo contro carovita e riarmo
Il 30 ottobre, in concomitanza con lo sciopero internazionale dei lavoratori portuali contro il riarmo e l’economia di guerra, si svolgerà lo sciopero generale che interesserà diversi comparti  produttivi, compresi quelli dell’istruzione e dell’università. Nell’ambito di questa mobilitazione, una parte del personale docente e ricercatore dell’Università degli Studi di Salerno aderirà allo sciopero e parteciperà alle manifestazioni pubbliche, tra cui quella prevista a Salerno, con partenza alle ore 9 dal piazzale della stazione ferroviaria.

Sciopero generale del 30 ottobre: aderiscono anche docenti e ricercatori dell'Università di Salerno

Le ragioni della mobilitazione riguardano non solo il peggioramento delle condizioni materiali di vita, ma anche il nesso tra le politiche di riarmo, l’economia di guerra e il progressivo ridimensionamento delle risorse destinate ai servizi pubblici.

Per l’università, tali questioni si intrecciano con il definanziamento strutturale del sistema, la precarietà di troppi ricercatori e ricercatrici e le difficoltà nel rendere effettive le condizioni per il diritto allo studio. A ciò si aggiunge la crescente integrazione tra la ricerca civile e quella militare, che solleva interrogativi sulle finalità della produzione scientifica e sulla sua autonomia rispetto agli interessi dell’industria bellica e dell’ecosistema militare.

Lo sciopero internazionale proclamato in oltre cento scali (con lo slogan "I portuali non lavorano per la guerra"), costruito sin dalle mobilitazioni del 2024-25 contro le politiche genocidarie e di pulizia etnica in Palestina (come confermato, da ultimo, il 14 ottobre 2026 dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sui Territori palestinesi occupati delle Nazioni Unite), assume, in questo quadro, un significato particolare, collegando la contestazione delle politiche di riarmo alle condizioni materiali e produttive che sostengono l’economia di guerra.
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