Carlo Mosca, primario del pronto soccorso dell'ospedale di Montichiari, arrestato con l'accusa di omicidio volontario per aver provocato la morte di due pazienti affetti dal Covid 19 nel marzo dello scorso anno, in piena prima ondata dell'epidemia.
Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, Mosca avrebbe somministrato farmaci anestetici e bloccanti che avrebbero provocato il decesso dei pazienti.
Chi è Carlo Mosca, il primario di Montichiari arrestato di omicidio
Mosca, originario di Cremona, dopo un primo passaggio agli
Spedali Civili di Brescia, ha lavorato al
pronto soccorso del
Carlo Poma di
Mantova in qualità di Dirigente medico di I livello. Poi, nel 2017, il ritorno a
Montichiari in qualità di
libero professionista prima e di
Dirigente medico di
I livello al
pronto soccorso dopo. Dal 2018, infine, è stato nominato
primario del
reparto, a capo dell'equipe medica composta da altre tre dottoresse.
Scorrendo le informazioni contenute nel suo curriculum vitae, si legge poi che
Mosca ha coperto il ruolo di
medico competente per la
formazione/informazione degli incaricati di
primo soccorso dal
2005 al
2016 per le aziende di
categoria A,B,C di
Brescia e
Provincia.
Una carriera ineccepibile
Dal 2006 al 2013 è stato poi "
Medico Responsabile di
Esami strumentali (Audiometria e spirometria) presso il centro di Medicina del Lavoro
MEDLINE con sede a
Poncarale". Nel biennio tra il 2006 e il 2008 era anche "
Medico Incaricato per la provincia di Brescia da Europe Assistence (per trasporti sanitari su gomme e su ala con ADAC per l’Europa), e, sempre dal 2006, ad oggi, è
medico Areu (Azienda regionale emergenza urgenza della Lombardia), nonché direttore sanitario dell'
Associazione Croce Bianca di
Lumezzane.
"Sento ancora il fischio dell'ossigeno"
In un'intervista concessa lo scorso giugno al
Corriere della sera, il
dottor Mosca aveva ricordato il periodo di
massima criticità vissuto durante la
prima ondata della
pandemia, il mese di marzo, quando gli inquirenti pensano abbia
ucciso i due pazienti. "A casa avevo una bambina di sette anni che il distacco l’ha sofferto.
Nelle telefonate – aveva raccontato –
stanchezza e
ansia emergevano, all’inizio c’erano anche degli sfoghi. Poi, per descrivere il terzo mese dell'anno, aveva dichiarato che ogni giorno era una battaglia "
per cercare di salvare più vite possibili". Ovviamente provato dalla mole di lavoro di quel periodo, aveva ricordato come "
spesso a casa chiamavo dopo le 21.30, a volte non telefonavo. La testa era sempre all’ospedale, ai pazienti, al da farsi", tanto che al ritorno a casa ad emergenza passata, aveva ammesso come sentisse ancora il fischio dell'ossigeno delle tubazioni dei pazienti in terapia intensiva: "
Lo sento ancora – aveva detto -,
anche adesso che è tutto spento".