Dal primo luglio l'acquisto di piccoli pacchi provenienti dai mercati extracomunitari subirà una drastica impennata dei costi a causa dell'introduzione del dazio europeo di 3 euro.
La misura colpirà indistintamente anche le spedizioni di valore inferiore ai 150 euro, finora esenti da tariffe doganali. Per i consumatori italiani il rincaro rischia di essere ancora più pesante: alla tariffa comunitaria potrebbe infatti sommarsi la tassa nazionale di 2 euro introdotta dalla legge di Bilancio e finora sospesa, portando il sovrapprezzo fisso a 5 euro per singola spedizione, a cui andrà aggiunta l'Iva. Inoltre, da novembre 2026, l'Unione Europea introdurrà una distinta quota di gestione doganale (handling fee).
Secondo le stime dell'associazione, il mantenimento del contributo nazionale provocherà un crollo verticale del 50% dei traffici merci, traducendosi in una perdita secca di 25 milioni di euro per le casse dello Stato. Anche il vicepresidente di Confcommercio e presidente di Aice, Riccardo Garosci, pur promuovendo il dazio europeo come scudo contro la concorrenza sleale, ha avvertito il Ministero dell'Economia e delle Finanze sul pericolo di un pesante effetto boomerang per l'economia nazionale.
La tassa italiana da 2 euro, originariamente ideata a inizio anno per arginare l'avanzata dei colossi dell'ultra fast fashion e dell'e-commerce asiatico, stima sulla carta un gettito di 122,5 milioni di euro per il 2026. Tuttavia, il direttore generale di Confetra, Andrea Cappa, ha definito tali previsioni del tutto irrealistiche. La fiammata dei costi spingerà i grandi vettori a dirottare gli hub di sbarco delle merci verso scali europei più convenienti — come Belgio, Paesi Bassi e Ungheria — per poi trasportare i prodotti in Italia su gomma. I dati storici dell'Agenzia delle Dogane confermano il trend: nei primi due mesi dell'anno, prima che la tassa venisse congelata e rinviata a luglio, il flusso delle spedizioni dirette sul territorio nazionale aveva già subito un dimezzamento.
Le simulazioni matematiche elaborate dagli esperti del settore evidenziano un autentico paradosso fiscale. Se l'Italia decidesse di azzerare il balzello interno mantenendo esclusivamente il dazio europeo, l'erario incasserebbe 153,1 milioni di euro tra luglio e novembre. Al contrario, l'applicazione congiunta di entrambe le tasse ridurrebbe il gettito a soli 127,6 milioni a causa della contrazione dei volumi.
Resta invece confermato il dazio fisso di 3 euro per singola categoria merceologica stabilito da Bruxelles, che rimarrà in vigore fino al primo luglio 2028 in attesa del debutto del nuovo sistema doganale telematico. Una mossa ritenuta inevitabile dal ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, per contenere un volume di spedizioni raddoppiato stabilmente e che ha visto l'ingresso nel mercato unico di ben 4,6 miliardi di colli nel corso del 2024, di cui il 91% spedito dalla Cina.
La misura colpirà indistintamente anche le spedizioni di valore inferiore ai 150 euro, finora esenti da tariffe doganali. Per i consumatori italiani il rincaro rischia di essere ancora più pesante: alla tariffa comunitaria potrebbe infatti sommarsi la tassa nazionale di 2 euro introdotta dalla legge di Bilancio e finora sospesa, portando il sovrapprezzo fisso a 5 euro per singola spedizione, a cui andrà aggiunta l'Iva. Inoltre, da novembre 2026, l'Unione Europea introdurrà una distinta quota di gestione doganale (handling fee).
Stangata sui piccoli pacchi: da luglio scatta il doppio balzello
Il rischio concreto di una doppia imposizione fiscale ha fatto scattare l'allarme tra le associazioni di categoria. Carlo De Ruvo, presidente di Confetra (Confederazione delle imprese del trasporto e della logistica), ha inviato una formale richiesta di cancellazione del balzello italiano al ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti.Secondo le stime dell'associazione, il mantenimento del contributo nazionale provocherà un crollo verticale del 50% dei traffici merci, traducendosi in una perdita secca di 25 milioni di euro per le casse dello Stato. Anche il vicepresidente di Confcommercio e presidente di Aice, Riccardo Garosci, pur promuovendo il dazio europeo come scudo contro la concorrenza sleale, ha avvertito il Ministero dell'Economia e delle Finanze sul pericolo di un pesante effetto boomerang per l'economia nazionale.
La tassa italiana da 2 euro, originariamente ideata a inizio anno per arginare l'avanzata dei colossi dell'ultra fast fashion e dell'e-commerce asiatico, stima sulla carta un gettito di 122,5 milioni di euro per il 2026. Tuttavia, il direttore generale di Confetra, Andrea Cappa, ha definito tali previsioni del tutto irrealistiche. La fiammata dei costi spingerà i grandi vettori a dirottare gli hub di sbarco delle merci verso scali europei più convenienti — come Belgio, Paesi Bassi e Ungheria — per poi trasportare i prodotti in Italia su gomma. I dati storici dell'Agenzia delle Dogane confermano il trend: nei primi due mesi dell'anno, prima che la tassa venisse congelata e rinviata a luglio, il flusso delle spedizioni dirette sul territorio nazionale aveva già subito un dimezzamento.
Le simulazioni matematiche elaborate dagli esperti del settore evidenziano un autentico paradosso fiscale. Se l'Italia decidesse di azzerare il balzello interno mantenendo esclusivamente il dazio europeo, l'erario incasserebbe 153,1 milioni di euro tra luglio e novembre. Al contrario, l'applicazione congiunta di entrambe le tasse ridurrebbe il gettito a soli 127,6 milioni a causa della contrazione dei volumi.
Resta invece confermato il dazio fisso di 3 euro per singola categoria merceologica stabilito da Bruxelles, che rimarrà in vigore fino al primo luglio 2028 in attesa del debutto del nuovo sistema doganale telematico. Una mossa ritenuta inevitabile dal ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, per contenere un volume di spedizioni raddoppiato stabilmente e che ha visto l'ingresso nel mercato unico di ben 4,6 miliardi di colli nel corso del 2024, di cui il 91% spedito dalla Cina.

