L'ombra della Didattica a Distanza torna ad allungarsi sulle aule italiane, ma questa volta non per ragioni sanitarie. Alcune sigle sindacali avrebbero avanzato l'ipotesi di ricorrere alla Dad per l'ultimo mese dell'anno scolastico come misura drastica per contrastare l'impennata dei costi energetici.
Una proposta che ha scatenato l'immediata e durissima reazione della Rete nazionale scuola in presenza, che raccoglie associazioni e comitati di genitori e insegnanti, pronti a dare battaglia contro quello che definiscono un "sacrificio inaccettabile".
La critica si sposta poi sul piano della coerenza economica. Se l'obiettivo reale è il risparmio energetico nazionale, la Rete trova "assurdo" che si colpisca ancora una volta il settore dell'istruzione, considerato evidentemente il più sacrificabile. La provocazione lanciata alle istituzioni è netta: se la logica è quella del taglio dei consumi, allora si dovrebbe proporre con la stessa fermezza la chiusura di centri commerciali, acciaierie, supermercati e compagnie aeree, realtà che comportano volumi di consumo infinitamente superiori a quelli di un istituto scolastico.
Per i movimenti in difesa della scuola in presenza, l'istruzione non può essere trattata come una "variabile dipendente" delle crisi belliche o economiche. Ridurre gli spazi della scuola significa indebolire uno dei pochi luoghi pubblici dove le nuove generazioni possono imparare a comprendere la complessità del presente. La battaglia è dunque non solo educativa, ma culturale e civile: preservare l'apertura delle classi significa difendere il futuro del Paese dalle logiche dell'emergenza permanente.
Una proposta che ha scatenato l'immediata e durissima reazione della Rete nazionale scuola in presenza, che raccoglie associazioni e comitati di genitori e insegnanti, pronti a dare battaglia contro quello che definiscono un "sacrificio inaccettabile".
Scoppia la polemica sull'ipotesi Dad a fine anno
Secondo la Rete, riproporre la Dad significherebbe ignorare le ferite psicologiche e relazionali ancora aperte in bambini e adolescenti dopo l'esperienza della pandemia. La didattica da casa, denunciano gli organismi, ha già dimostrato di amplificare le disuguaglianze sociali, colpendo con ferocia gli studenti più fragili e compromettendo il diritto all'inclusione degli alunni con disabilità. "La scuola è il luogo in cui si educa alla convivenza e alla pace", sottolineano i comitati, ribadendo che proprio in un momento di tensioni internazionali il presidio scolastico andrebbe rafforzato e non smantellato.La critica si sposta poi sul piano della coerenza economica. Se l'obiettivo reale è il risparmio energetico nazionale, la Rete trova "assurdo" che si colpisca ancora una volta il settore dell'istruzione, considerato evidentemente il più sacrificabile. La provocazione lanciata alle istituzioni è netta: se la logica è quella del taglio dei consumi, allora si dovrebbe proporre con la stessa fermezza la chiusura di centri commerciali, acciaierie, supermercati e compagnie aeree, realtà che comportano volumi di consumo infinitamente superiori a quelli di un istituto scolastico.
Per i movimenti in difesa della scuola in presenza, l'istruzione non può essere trattata come una "variabile dipendente" delle crisi belliche o economiche. Ridurre gli spazi della scuola significa indebolire uno dei pochi luoghi pubblici dove le nuove generazioni possono imparare a comprendere la complessità del presente. La battaglia è dunque non solo educativa, ma culturale e civile: preservare l'apertura delle classi significa difendere il futuro del Paese dalle logiche dell'emergenza permanente.

