Salerno, cinque bambini esclusi dalle partite di calcio: la denuncia di una madre. «A 10 anni hanno diritto di giocare»

Cinque bambini di dieci anni lasciati fuori dalle partite amichevoli perché considerati non abbastanza preparati per affrontare gli avversari. È quanto racconta Laura Bassanini, una madre salernitana che, dopo l'esclusione del figlio e di altri quattro piccoli calciatori, ha deciso di denunciare pubblicamente l'accaduto. Una vicenda che riaccende il dibattito sul ruolo educativo delle scuole calcio e sul rischio di trasformare lo sport dei più piccoli in una competizione nella quale il risultato conta più della crescita personale.
La donna ha affidato le proprie riflessioni a una lunga lettera, nella quale ricostruisce le difficoltà incontrate durante la stagione sportiva e invita allenatori, dirigenti e famiglie a interrogarsi sul significato dello sport nell'infanzia.
Cinque bambini non convocati per le amichevoli: il racconto della madre
Secondo quanto riferito da Laura Bassanini, il figlio frequenta da diversi anni una scuola calcio che, fino alla passata stagione, accoglieva i bambini attraverso open day, senza prevedere selezioni iniziali. Il piccolo aveva trascorso un anno insieme a compagni nati nel 2015 e nel 2016, costruendo amicizie e condividendo allenamenti e partite.
Con l'arrivo di un nuovo responsabile delle attività sportive, però, l'organizzazione sarebbe cambiata. Dopo l'avvio della stagione, alle famiglie sarebbero state comunicate modifiche ai giorni e agli orari degli allenamenti. Successivamente, la scuola avrebbe deciso di dividere i bambini in base all'anno di nascita, spiegando che la separazione era necessaria per partecipare al campionato.
I genitori, pur manifestando alcune difficoltà organizzative, avrebbero accettato le nuove disposizioni. La situazione sarebbe precipitata quando, in seguito al rinvio del campionato, sono state programmate alcune amichevoli. Il figlio della donna e altri quattro bambini non sono stati convocati.
«Non erano all'altezza degli avversari»: le spiegazioni contestate
La madre racconta di aver chiesto chiarimenti ai responsabili della scuola calcio. Inizialmente, l'esclusione sarebbe stata motivata con l'elevato numero di iscritti e con la necessità di garantire a tutti un adeguato tempo di gioco.
Una spiegazione che, secondo la donna, non avrebbe trovato riscontro nelle convocazioni, poiché alcuni bambini erano stati selezionati per più incontri. In un secondo momento, sarebbe stata prospettata la volontà di evitare che eventuali sconfitte potessero demoralizzare i piccoli calciatori.
Durante un successivo confronto con il responsabile sportivo e l'allenatore, sarebbe infine emersa una valutazione legata alla preparazione tecnica dei cinque esclusi, ritenuti non ancora in grado di affrontare gli avversari.
«A dieci anni non si è un prodotto finito. Non si è un atleta da scartare perché non offre ancora le prestazioni desiderate», scrive Bassanini. La ricostruzione è quella fornita dalla madre. Nell'articolo originale non compare una replica della scuola calcio, che non viene identificata.
Calcio giovanile, la riflessione sul valore educativo dello sport
La questione, per Laura Bassanini, va oltre la mancata convocazione del figlio. Nella lettera la donna riconosce che gli allenatori debbano poter valutare l'impegno, organizzare le squadre e accompagnare i ragazzi nel miglioramento delle proprie capacità.
Contesta, però, l'idea che una preparazione tecnica ancora insufficiente possa tradursi in un'esclusione dalle occasioni di gioco, soprattutto a un'età in cui l'attività sportiva dovrebbe mantenere una forte funzione educativa. La madre richiama inoltre l'attenzione sulle conseguenze emotive che simili decisioni possono avere sui bambini.
Essere considerati meno capaci dei compagni, sostiene, rischia di alimentare sentimenti di inadeguatezza e di incidere sui rapporti all'interno del gruppo. La paura è che un bambino finisca per associare il proprio valore personale a una convocazione, a un gol oppure al risultato di una partita.
Per questo Bassanini invita a considerare anche le sconfitte, gli errori e le difficoltà come esperienze utili alla formazione, anziché come situazioni dalle quali proteggere i ragazzi attraverso l'esclusione.
La famiglia valuta di lasciare la scuola calcio
Dopo quanto accaduto, la donna spiega di essere arrivata a valutare l'interruzione del percorso sportivo del figlio. Una decisione che, secondo il suo racconto, altre famiglie avrebbero già preso.
La madre chiarisce di non pretendere che tutti i bambini giochino necessariamente lo stesso numero di minuti o che vengano ignorate le regole delle attività sportive. Chiede, piuttosto, che il percorso di apprendimento non venga subordinato esclusivamente alla prestazione.
Il suo appello si rivolge in particolare agli adulti che hanno responsabilità educative nei confronti dei più piccoli. «Non chiediamo che tutti diventino campioni. Chiediamo che nessuno venga fatto sentire un fallimento prima ancora di aver avuto il tempo di crescere», scrive.
«Lasciateli sbagliare e riprovare»: l'appello agli allenatori
Nella parte conclusiva della lettera, Bassanini richiama il significato più profondo del calcio praticato durante l'infanzia. Non tutti i bambini diventeranno professionisti, osserva, ma ciascuno dovrebbe poter ricordare l'esperienza sportiva come un'occasione di amicizia, divertimento e scoperta delle proprie capacità.
Da qui l'invito a costruire ambienti capaci di accogliere anche chi ha bisogno di più tempo per imparare, senza trasformare le differenze tecniche in giudizi sul valore delle persone. «A dieci anni non si dovrebbe essere giudicati per quanto si è bravi. Si dovrebbe essere accompagnati a diventarlo, se lo si desidera», conclude la madre.
Una testimonianza che pone una questione centrale per il calcio giovanile: come conciliare la necessaria organizzazione delle attività agonistiche con il diritto dei bambini a vivere lo sport come un'esperienza di crescita, partecipazione e inclusione.




