Cronaca

Salerno, il Solenne Pontificale per San Matteo: l’omelia di mons. Iannone

Alessia Benincasa
Salerno, il Solenne Pontificale per San Matteo: l’omelia di mons. Iannone
L’omelia pronunciata da Monsignor Filippo Iannone, Prefetto del Dicastero per i Vescovi, durante il Solenne Pontificale celebrato questa mattina nella Cattedrale di Salerno, in occasione delle celebrazioni dedicate al Santo Patrono San Matteo.

Salerno, il Solenne Pontificale per San Matteo: l’omelia di mons. Iannone

L’omelia pronunciata da S.E. Monsignor Filippo Iannone, Prefetto del Dicastero per i Vescovi, durante il Solenne Pontificale celebrato questa mattina, lunedì 21 settembre 2026, nella Cattedrale di Salerno, in occasione delle celebrazioni dedicate al Santo Patrono della città, l’Apostolo Matteo.

«Esprimo la mia gratitudine a S. E. Mons. Bellandi Andrea. Rivolgo il mio saluto a S. E. Mons. Alfonso Raimo, Vescovo eletto di Terni-Narni-Amelia, e a monsignor... Nel brano evangelico proclamato, san Matteo racconta il momento del suo primo incontro con Gesù. La narrazione è caratterizzata da grande autenticità e modestia. L’evangelista si descrive mentre si trova al banco delle imposte. Era quindi un pubblicano, appartenente a quella categoria di esattori incaricati di riscuotere le tasse per i romani, odiati dagli zeloti e guardati con disprezzo dai farisei. “Vidit ergo Iesus publicanum et quia miserando atque eligendo vidit, ait illi Sequere me”. “Gesù vide un pubblicano e, poiché lo guardò con amore e misericordia e lo scelse, gli disse: Seguimi”.

Queste espressioni di san Beda il Venerabile (Omelia 21) racchiudono gli elementi fondamentali di ogni vocazione. Ogni chiamata nasce infatti dall’iniziativa di Dio, che ci conosce da sempre e ci guida lungo ogni passaggio della nostra esistenza. Nel caso di Matteo, è Gesù a transitare davanti al luogo nel quale egli era impegnato nella riscossione delle imposte. Dopo averlo visto, sceglie di chiamarlo senza indugiare. È il mistero della vocazione. Matteo avrebbe potuto chiedersi: perché proprio io? Perché in questo momento? Possiedo le caratteristiche necessarie? Dove mi condurrà questa decisione? Era un pubblicano e, agli occhi della società, un peccatore pubblico. Eppure la sua vicenda dimostra che nessuna di queste condizioni rappresenta l’elemento determinante. Ciò che conta davvero, per Matteo come per ogni altra vocazione, è l’avvenuto incontro personale con Cristo, che chiama ciascuno a partecipare al suo disegno di salvezza.

A Matteo Gesù rivolge una semplice esortazione: “Seguimi”. Non significa soltanto invitarlo a camminare al suo fianco. Quell’imperativo “significa: ‘Imitami’”. San Paolo lo chiarisce nella Lettera agli Efesini, quando esorta a “comportarsi in modo degno della vocazione ricevuta”. E ai Corinzi scrive: “Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (1 Cor 10, 31 – 11, 1).

La meta di ogni cristiano resta Gesù, e la sua esistenza, segnata da umiltà, servizio e sacrificio, rappresenta il cammino da seguire. Fu così che l’esistenza di Matteo raggiunse la sua autentica pienezza. Da quel momento avrebbe guardato alla propria vita attraverso uno sguardo rinnovato, illuminato da una luce capace di diventare anche calore e forza per offrire una risposta generosa. Matteo accolse subito la chiamata. Il Vangelo racconta con estrema essenzialità che “si alzò e lo seguì” (Mt 9, 9).

Le informazioni a nostra disposizione sono poche. Non sappiamo se avesse già ascoltato Gesù in precedenza o se avesse avuto modo di parlare con lui a Cafarnao, luogo nel quale viveva e svolgeva il proprio lavoro. Il testo, nella sua brevità, mette in evidenza soprattutto la tempestività con cui egli segue il Signore dopo aver ricevuto l’invito a condividere la sua vita. Un atteggiamento analogo emerge nella chiamata di altri apostoli, come Andrea e Pietro, Filippo e Natanaele, oppure Giacomo e Giovanni (cfr. Gv 1, 40-50; Mt 4, 18-22).

Che cosa spinse quei pescatori semplici e il pubblicano Matteo a mettersi immediatamente alla sequela di Cristo? Non è semplice fornire una risposta precisa. Conosciamo poco della loro personalità, del loro modo di pensare, dei desideri e delle attese che portavano nel cuore. Tuttavia, dai Vangeli emerge chiaramente che Gesù riuscì a entrare profondamente nella loro interiorità. Fece sperimentare loro in maniera concreta l’amore che era venuto a portare sulla terra. Quella scoperta li colmò di una gioia impossibile da descrivere. “Ogni vera vocazione – ricordava Papa Francesco – (Udienza 30 agosto 2017) nasce da un incontro con Gesù che ci regala una gioia e una speranza nuove; e ci accompagna, anche attraverso le prove e le difficoltà, verso un incontro sempre più pieno”.

Matteo lasciò che Gesù conquistasse il suo cuore. Comprendendo che la vicinanza a lui offriva una felicità che nessuna realtà terrena poteva assicurare. Probabilmente, dopo alcune settimane trascorse con il Maestro, iniziò a comprendere che non sarebbe stato tutto semplice, perché non tutti accoglievano Gesù con la medesima disponibilità. Forse avvertì anche le proprie fragilità e le proprie mancanze, apparentemente in contrasto con il compito che Gesù stava affidandogli.

Nonostante tutto, Matteo scelse di affidarsi alla speranza e di respingere il pessimismo; ebbe fiducia nella possibilità di lasciarsi trasformare dal suo amore per Gesù, un amore capace di purificarlo e rinnovarlo continuamente.

“Innamorati di Gesù. Certo – affermava ancora Papa Francesco – nella vita esistono le prove, arrivano momenti nei quali bisogna proseguire nonostante il freddo e i venti contrari, nonostante tante delusioni e amarezze. Tuttavia, i cristiani conoscono il cammino che conduce a quel fuoco sacro che li ha accesi una volta per tutte. […] Coltiviamo sogni grandi e sani: Dio desidera che sappiamo sognare insieme a Lui e come Lui, continuando però a camminare con attenzione dentro la realtà” (Francesco, ibid).

Dopo quell’incontro iniziale, Matteo scelse di organizzare un banchetto nella propria abitazione. Desiderava celebrare l’inizio della nuova esistenza che lo attendeva e invitò i suoi amici affinché potessero anche loro incontrare Gesù. Molti di essi, come Matteo stesso, erano considerati peccatori per il rapporto che avevano con le autorità romane. Per questo motivo, “vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: ‘Come mai il vostro Maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?’”. Gesù, avendo ascoltato la loro domanda, spiega il senso della propria missione nel mondo: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: ‘Misericordia io voglio e non sacrifici’. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9, 12-13).

Chi si ritiene giusto finisce per chiudere il proprio cuore a Dio; chi invece riconosce la propria condizione di peccatore permette a Cristo di avvicinarsi e di guarirlo. Il Signore non pretende da noi un’esistenza priva di errori e perfetta, ma domanda un cuore pentito e umile: è questo il sacrificio più prezioso che possiamo offrirgli, come insegna il Salmista (cfr. Sal 51, 19).

La risposta dei puritani non tarda ad arrivare. È la medesima reazione già manifestata nel caso della Maddalena. È lo scandalo “farisaico”. Gesù replica con poche parole, serene, spiegando le ragioni del proprio comportamento senza lasciarsi provocare. Richiama proprio quelle parole della Scrittura che essi affermano di conoscere e rispettare: “Misericordia voglio, non sacrificio”. Alla religiosità formalistica e soltanto esteriore, che rischia di ridurre tutto a pratiche e sacrifici, Dio oppone il culto autentico: quello che nasce dal cuore, dall’amore per Dio e dalla pietà e misericordia verso gli altri.

Papa Francesco invitava ciascuno a interrogarsi su questo atteggiamento: “come mi comporto io con chi sbaglia contro di me? Tengo dentro la cosa e accumulo rancore? ‘Me la pagherai’: questa parola, che tante volte viene, ‘me la pagherai…’ Ne faccio motivo di chiacchiere alle spalle? … Oppure sono coraggioso, coraggiosa, e cerco di parlarci? Prego per lui o per lei” (Angelus 10 settembre 2023).

Si tratta di un monito sempre valido, anche per noi, contro la tentazione di affidare tutta la nostra fede alle opere esteriori. Tra gli atteggiamenti interiori che Gesù oggi mette in primo piano vi è dunque soprattutto la misericordia, insieme alla comprensione e alla capacità di non scandalizzarsi, ma di accogliere il fratello e sostenerlo attraverso l’amore.

Ancora più delle parole pronunciate da Gesù, è il suo comportamento concreto a trasmettere l’insegnamento più incisivo: egli si siede a tavola con i peccatori, parla con loro, li ascolta e non si vergogna di stare in loro compagnia. È una delle immagini più intense e ricorrenti del Vangelo. Nel battesimo, Gesù si confonde tra i peccatori; sulla croce, invece, muore accanto a due malfattori. Con questo esempio concreto di Gesù davanti ai nostri occhi, possiamo comprendere più profondamente anche la sua affermazione già ricordata: “Misericordia io voglio e non sacrificio”.

Non è un’espressione tanto immediata da interpretare come potrebbe sembrare. Se Dio ha dichiarato e Gesù ha ribadito di non desiderare il sacrificio, perché allora la Chiesa, da sempre, insiste sulla sua importanza per la salvezza? Per quale ragione il sacrificio conserva un ruolo così significativo nell’ascesi e nella predicazione cristiana? È quindi essenziale comprendere quale misericordia Dio desidera e, soprattutto, quale sacrificio non vuole. Non gradisce un sacrificio imposto agli altri e una misericordia riservata a noi stessi: desidera invece misericordia, o, come afferma Osea, amore verso gli altri, e sacrificio — vale a dire esigenza — nei confronti di noi stessi.

Abbiamo spesso occasione di meditare sulla misericordia e sull’amore verso il prossimo; meno spesso riflettiamo sul sacrificio. Domandiamoci allora: l’idea di sacrificarsi è davvero coerente con lo spirito di Cristo?

Nell’Antico Testamento era conosciuta soprattutto una forma di sacrificio: l’offerta di animali o dei prodotti della terra, attraverso l’olocausto e l’oblazione. In alcuni passi, soprattutto nei salmi, si parla anche di sacrificio di lode, ma prevalentemente in senso figurato. Erano offerte che non coinvolgevano direttamente la persona, ma riguardavano piuttosto i suoi beni. L’idea che l’uomo dovesse sacrificare sé stesso, infliggersi sofferenze volontarie, mortificarsi o imporsi rinunce, era in gran parte estranea alla mentalità dell’Antico Testamento, che considerava proprietà, salute e prosperità come manifestazioni evidenti della benedizione divina.

Già allora, però, alcune voci profetiche avevano contestato questa concezione del sacrificio: “Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue dei capri?” (salmo responsoriale). Con la venuta di Gesù, la prospettiva cambiò radicalmente. Egli rifiutò il sacrificio di tori e agnelli e indicò invece quello di sé stessi: “Egli abolisce il primo sacrificio, per stabilirne uno nuovo” (Ebr. 10, 9). La concezione evangelica del sacrificio è completamente nuova, profondamente spirituale e interiore. Nella Lettera agli Ebrei si legge che Cristo, entrando nel mondo, disse: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: ecco, io vengo — poiché di me sta scritto nel rotolo del libro — per fare, o Dio, la tua volontà” (Ebr 10, 5-7).

Gesù ha introdotto una forma nuova di sacrificio, quella attraverso la quale il proprio corpo, cioè sé stessi, viene consegnato sull’altare della volontà divina. Egli stesso ne è stato il modello: all’agnello pasquale tratto dal gregge ha sostituito la propria persona, come autentico Agnello di Dio. In questa prospettiva, tutta la sua esistenza fu croce e martirio (Imitazione di Cristo). Da questo sacrificio nuovo è nata la salvezza dell’umanità: “Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Cristo” (Ebr. 10, 10).

Cristo ha compiuto il suo sacrificio una volta per sempre (Ebr. 10, 12) e nella Messa noi ne facciamo memoria. Rimane però anche il nostro sacrificio, quello del corpo che è la Chiesa: resta da realizzare “quello che manca alla sua passione” (Col. 1, 24). Gesù non elimina questo sacrificio, ma afferma che senza di esso non si può entrare nel regno: “Chi non rinnega se stesso…”; e san Paolo esorta: “Vi esorto a offrire i vostri corpi in sacrificio spirituale a Dio gradito” (Rom. 12, 1). Se non si impara a rinunciare alle esigenze insaziabili del corpo, non si raggiunge una vera dimensione spirituale; si rimane nella condizione carnale, come insegna l’apostolo delle genti.

Ma il sacrificio non riguarda esclusivamente il corpo. Se sacrificarsi significa soprattutto “fare la volontà di Dio”, allora bisogna intervenire innanzitutto nella dimensione interiore, rinunciando all’“io” egoista e superbo che, purtroppo, vive in ciascuno di noi, opponendosi a Dio e ferendo i fratelli. È dentro noi, prima di tutto, che dobbiamo individuare ciò che deve essere offerto in sacrificio. Il sacrificio autentico prende avvio dalla conversione del cuore: “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio; un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi” (Sal. 50, 19).

Considerato in questo modo, il sacrificio non appare più in contrasto con l’amore e la misericordia; al contrario, prepara loro il terreno. Solo chi ha imparato a resistere a sé stesso, ad ammettere talvolta i propri torti e a pronunciarsi qualche “no”, è generalmente capace di dare ragione al fratello, di dirgli sì, di comprenderlo, perdonarlo e praticare nei suoi confronti la misericordia. Il cristiano non offre sé stesso in sacrificio senza una ragione, semplicemente per soffrire; lo fa sempre per qualcuno e a vantaggio di qualcuno, proprio come Cristo, che si è donato “per noi”. I santi più rigorosi verso sé stessi sono stati anche i più affettuosi e generosi con gli altri. Prima ancora di loro, questo fu il modo di agire di Gesù: trascorse quaranta giorni nel deserto digiunando e, forse, anche successivamente si accontentò di ciò che aveva a disposizione. Tuttavia, andò a mangiare da Matteo per renderlo felice, stare con i suoi amici e offrire loro il dono della propria misericordia.

Abbiamo considerato il sacrificio di Cristo e quello del credente. Le due realtà non sono separate né prive di relazione. Se lo fossero, il nostro sacrificio resterebbe semplicemente un esercizio ascetico, per quanto utile. Il punto in cui i due sacrifici — quello di Cristo e quello della Chiesa — si incontrano è proprio la Messa che stiamo celebrando. Qui le piccole gocce delle nostre offerte si uniscono al “sangue versato sulla croce” formando un unico sacrificio, quello della nostra riconciliazione con Dio e tra noi. Cristo trasforma anche noi in un’Eucaristia per il Padre e per il mondo. Nel celebrare l’Eucaristia, in questa giornata così solenne, teniamo presente la scena descritta nel Vangelo: Gesù seduto a tavola con i peccatori, mentre parla e mangia insieme a loro. La stessa scena si rinnova nella nostra assemblea: egli è a mensa con noi, che siamo peccatori, proprio come accadde nella casa di Matteo. Ci ha consegnato la sua parola di vita e ora spezza per noi il suo pane: quel pane che ci offre è, non dimentichiamolo, il suo corpo “offerto in sacrificio per noi”.

Cari fratelli e sorelle, la Parola di Dio e la testimonianza dell’apostolo possano riaccendere anche nelle nostre comunità cristiane il coraggio, la fiducia e la passione necessari per annunciare e vivere il Vangelo, attraverso i fatti e non soltanto con le parole. Gli ostacoli e gli insuccessi non ci portino allo scoraggiamento: il nostro compito è gettare con fede le reti, mentre al resto provvede il Signore. Affidiamoci inoltre all’intercessione della Vergine Maria, Regina degli Apostoli. Quando fu chiamata dal Signore, consapevole della propria piccolezza, Ella rispose con piena fiducia: “Eccomi”. Con il suo aiuto materno, rinnoviamo anche noi la disponibilità a seguire Gesù, Maestro e Signore, come fece Matteo».
Condividi

Leggi anche