Orari estenuanti e retribuzioni basse stanno portando i lavoratori a lasciare il settore caseario: a lanciare l'allarme per il rischio di scomparsa di un mestiere è Domenico Raimondo, presidente del Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana Dop. Lo riporta Il Mattino.
«Lo yogurt? Nessuno adesso vuole produrlo. Non c’è chi sia disposto a venire a lavorare in caseificio», racconta amaramente il titolare di una nota azienda casearia della Piana del Sele. Una realtà in cui abbondano prodotti derivati dalla bufala, ma dove è ormai sparito lo yogurt, un tempo proposto in una vasta gamma di gusti e ampiamente richiesto. «I giovani preferiscono stare al bar, incollati ai social», aggiunge con rassegnazione. È un’impressione sempre più condivisa, quella di un settore che fatica a trovare manodopera disposta a dedicarsi al mestiere del casaro e ad attività correlate.
Domenico Raimondo non esita a confermare: «Il nostro lavoro richiede una passione autentica, ma comporta anche impegno e sacrifici. Le bufale non rispettano il calendario, e il nostro lavoro inizia alle quattro del mattino». Il settore della mozzarella di bufala, con un valore economico stimato intorno a 1,4 miliardi di euro e un’incidenza del 35% nel mercato delle esportazioni, vede ora uno scenario preoccupante per il futuro. «Che succederebbe se un giorno i casari fossero sostituiti da robot con intelligenza artificiale?» si domanda Raimondo, alla guida del Consorzio dal 2011. E con buona ragione, considerato che oggi nemmeno l’ingresso di giovani e donne, rispettivamente il 32% e il 37% della forza lavoro, riesce a colmare i vuoti.
Nei caseifici, invece, la situazione è più critica. Il circuito produttivo non è stato altrettanto attrattivo per i lavoratori stranieri. Su questo punto, Raimondo sottolinea: «Aumentare i salari può essere una soluzione e alcune aziende ci hanno provato, ma la metà degli aumenti finisce comunque in tasse e contributi. Alla fine, il problema resta e cresce il peso dei costi per le imprese».
Due ulteriori fenomeni hanno aggravato la situazione: la pandemia e l’introduzione di misure come il reddito di cittadinanza. La pandemia ha alimentato l’illusione che tutto possa essere gestito in smart working, trascurando settori in cui la presenza fisica è irrinunciabile, come la produzione casearia. Parallelamente, gli ammortizzatori sociali hanno sottratto manodopera al mercato del lavoro tradizionale o incentivato la combinazione tra sussidi pubblici e attività irregolari. Il risultato? Anche in territori caratterizzati da alti livelli di disoccupazione non si riesce a reperire personale disposto a svolgere mansioni che implicano sforzi fisici o ritmi lavorativi impegnativi.
Mozzarella, l’esodo dei lavoratori: il rischio di scomparsa di un mestiere
Orari estenuanti e retribuzioni insufficienti stanno portando a una crescente scarsità di personale nel settore caseario. Domenico Raimondo, presidente del Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana Dop, lancia l’allarme: le difficoltà vanno oltre il piano economico, sono anche sintomo di un cambiamento culturale.«Lo yogurt? Nessuno adesso vuole produrlo. Non c’è chi sia disposto a venire a lavorare in caseificio», racconta amaramente il titolare di una nota azienda casearia della Piana del Sele. Una realtà in cui abbondano prodotti derivati dalla bufala, ma dove è ormai sparito lo yogurt, un tempo proposto in una vasta gamma di gusti e ampiamente richiesto. «I giovani preferiscono stare al bar, incollati ai social», aggiunge con rassegnazione. È un’impressione sempre più condivisa, quella di un settore che fatica a trovare manodopera disposta a dedicarsi al mestiere del casaro e ad attività correlate.
Domenico Raimondo non esita a confermare: «Il nostro lavoro richiede una passione autentica, ma comporta anche impegno e sacrifici. Le bufale non rispettano il calendario, e il nostro lavoro inizia alle quattro del mattino». Il settore della mozzarella di bufala, con un valore economico stimato intorno a 1,4 miliardi di euro e un’incidenza del 35% nel mercato delle esportazioni, vede ora uno scenario preoccupante per il futuro. «Che succederebbe se un giorno i casari fossero sostituiti da robot con intelligenza artificiale?» si domanda Raimondo, alla guida del Consorzio dal 2011. E con buona ragione, considerato che oggi nemmeno l’ingresso di giovani e donne, rispettivamente il 32% e il 37% della forza lavoro, riesce a colmare i vuoti.
Le migrazioni come risorsa (temporanea)
La fatica nel reperire personale non è una novità. Già dagli anni ’90 la mancanza di manodopera per la gestione degli allevamenti spingeva molte aziende a rivolgersi ai lavoratori provenienti da India e Bangladesh. La cultura induista, che considera le vacche sacre, aveva garantito un forte impegno da parte degli immigrati, dando vita a uno dei migliori esempi di integrazione lavorativa nel settore agricolo. Tuttavia, le nuove generazioni preferiscono altri percorsi professionali, una tendenza comune a molti contesti migratori. Per ora gli allevamenti di bufale reggono il peso della domanda, anche grazie all’automazione delle stalle, ma senza dimenticare che la componente umana resta insostituibile.Nei caseifici, invece, la situazione è più critica. Il circuito produttivo non è stato altrettanto attrattivo per i lavoratori stranieri. Su questo punto, Raimondo sottolinea: «Aumentare i salari può essere una soluzione e alcune aziende ci hanno provato, ma la metà degli aumenti finisce comunque in tasse e contributi. Alla fine, il problema resta e cresce il peso dei costi per le imprese».
Un problema culturale
Oltre agli aspetti economici, emerge chiaramente una crisi di natura culturale. Sempre meno persone accettano lavori che richiedano sveglie all’alba o turni durante i weekend e i giorni festivi. «Questo mestiere è fatto di dedizione e sacrifici – spiega Raimondo – ma non si può svolgere con lo smartphone in mano o dopo aver fatto le ore piccole. Quanto si può resistere a questo ritmo?».Due ulteriori fenomeni hanno aggravato la situazione: la pandemia e l’introduzione di misure come il reddito di cittadinanza. La pandemia ha alimentato l’illusione che tutto possa essere gestito in smart working, trascurando settori in cui la presenza fisica è irrinunciabile, come la produzione casearia. Parallelamente, gli ammortizzatori sociali hanno sottratto manodopera al mercato del lavoro tradizionale o incentivato la combinazione tra sussidi pubblici e attività irregolari. Il risultato? Anche in territori caratterizzati da alti livelli di disoccupazione non si riesce a reperire personale disposto a svolgere mansioni che implicano sforzi fisici o ritmi lavorativi impegnativi.

