Per la morte di Domenico Caliendo è stato sottoposto ad un interrogatorio di tre ore il primario Guido Oppido: "Ho avviato l'espianto dopo l'ok dei colleghi". Ascoltata anche la cardiochirurga Emma Bergonzoni.
Le indagini continuano a scavare negli eventi accaduti la mattina del 23 dicembre scorso, quando il cuore destinato al trapianto si rivelò inutilizzabile a causa dei danni subiti dal ghiaccio secco. Quel tragico episodio portò alla morte del piccolo paziente il 21 febbraio successivo. Gli operatori sanitari coinvolti nell’intervento sono accusati di omicidio colposo e falsificazione della cartella clinica, con la cosiddetta “contestualità” delle operazioni come punto cruciale della vicenda. Secondo quanto riportato nei documenti ufficiali, le fasi del trapianto sarebbero avvenute in una sequenza perfetta e coordinata, ma stando alle contestazioni della Procura, rappresentata dai magistrati Giuseppe Tittaferrante e Antonio Ricci, quella cronologia sarebbe stata artefatta nel tentativo di nascondere un grave errore.
Il sospetto principale è che il cuore gravemente malato del piccolo Domenico sia stato rimosso prima di aver verificato l'effettiva idoneità del cuore da trapiantare. Solo dopo l’apertura del contenitore sarebbe emerso il problema: il cuore nuovo era ridotto a un blocco di ghiaccio.
Tuttavia, Oppido si è difeso strenuamente durante il suo interrogatorio, respingendo ogni addebito. All’uscita dall’aula 714 del tribunale, i suoi legali hanno presentato una serie di dettagli tecnici per contestare il quadro accusatorio: «Persino i periti della Procura hanno riconosciuto che il clampaggio aortico è avvenuto alle 14:24, pochi minuti prima dell’espianto definitivo alle 14:34», hanno sottolineato gli avvocati Alfredo Sorge e Vittorio Manes, rivedendo così la sequenza degli eventi e ricalibrando le responsabilità attribuite al loro cliente.
Oppido ha ribadito che le sue azioni sono state guidate da protocolli consolidati e dal “via libera” ricevuto dall’equipe responsabile dell’espianto del cuore nuovo. La cardiochirurga Emma Bergonzoni ha adottato una linea simile, ma sulla questione della presunta falsificazione dei documenti le differenze tra le testimonianze dei sanitari coinvolti continuano a essere un nodo centrale dell’inchiesta.
Nuovi elementi di prova stanno emergendo e potrebbero rivelarsi determinanti. Una sequenza di audio e video registrati in sala operatoria, insieme alla testimonianza di personale sanitario presente durante l’intervento, delineerebbe un quadro diverso rispetto alle dichiarazioni ufficiali. Questi materiali sembrano indicare che il contenitore con l’organo da trapiantare fosse ancora chiuso mentre il cuore malato di Domenico era già stato espiantato. Inoltre, la posizione dei medici Gabriella Farina e Vincenzo Pagano, responsabili del trasporto dell’organo da Bolzano, si discosta nettamente da quella degli altri implicati nell’indagine. Entrambi hanno negato di aver dato l’autorizzazione all’inizio dell’intervento.
Secondo quanto riportato da Farina, al loro ingresso in sala operatoria il contenitore era ancora sigillato e solo allora si sono accorti che al suo interno c'era un blocco di ghiaccio. Nel frattempo, il cuore del piccolo Domenico era già stato espiantato, aggiungendo ulteriore drammaticità ai contorni di questa complessa vicenda giudiziaria.
Un punto specifico sembra discostarsi dalla versione fornita da Bergonzoni. Il cardiochirurgo ha affermato di aver visto la sua équipe rientrare, attraversare la sala e agire correttamente. Tuttavia, la collega Farina è stata categorica nel negarlo: non poteva averla vista. Questo perché Bergonzoni indossava occhialini con lenti d’ingrandimento che creano un "effetto tunnel", limitando e ingrandendo il campo visivo. Secondo l'accusa, avrebbe descritto una scena impossibile da osservare direttamente, alimentando così l’ipotesi di falso. Tuttavia, i legali difensori di Bergonzoni, il professor Vincenzo Maiello e l'avvocato Emanuele Raimondo, rigettano tali affermazioni. Secondo loro, l’interrogatorio ha confermato che la dottoressa ha agito in modo impeccabile sia dal punto di vista dell’assistenza chirurgica sia nella documentazione fedele in cartella dell'intervento. Ora spetta al giudice Sorrentino deliberare. Tra pochi giorni è attesa la decisione sulla richiesta avanzata dalla Procura per l’applicazione della misura interdittiva nei confronti dei due chirurghi.
Morte di Domenico Caliendo, interrogatorio di tre ore per Guido Oppido: «Ho avviato l’espianto dopo l’ok dei colleghi»
Il drammatico caso della morte del piccolo Domenico Caliendo torna sotto i riflettori con un nuovo round di interrogatori presso il Tribunale di Napoli. Dopo due ore di domande rivolte alla cardiochirurga Emma Bergonzoni, il gip Mariano Sorrentino ha dedicato oltre tre ore al confronto con il primario Guido Oppido. Gli approfondimenti sul caso, che coinvolge due chirurghi e cinque altri sanitari del Monaldi, vanno ben oltre il procedimento ordinario, alimentando lo scontro tra ricostruzioni che non trovano convergenze.Le indagini continuano a scavare negli eventi accaduti la mattina del 23 dicembre scorso, quando il cuore destinato al trapianto si rivelò inutilizzabile a causa dei danni subiti dal ghiaccio secco. Quel tragico episodio portò alla morte del piccolo paziente il 21 febbraio successivo. Gli operatori sanitari coinvolti nell’intervento sono accusati di omicidio colposo e falsificazione della cartella clinica, con la cosiddetta “contestualità” delle operazioni come punto cruciale della vicenda. Secondo quanto riportato nei documenti ufficiali, le fasi del trapianto sarebbero avvenute in una sequenza perfetta e coordinata, ma stando alle contestazioni della Procura, rappresentata dai magistrati Giuseppe Tittaferrante e Antonio Ricci, quella cronologia sarebbe stata artefatta nel tentativo di nascondere un grave errore.
Il sospetto principale è che il cuore gravemente malato del piccolo Domenico sia stato rimosso prima di aver verificato l'effettiva idoneità del cuore da trapiantare. Solo dopo l’apertura del contenitore sarebbe emerso il problema: il cuore nuovo era ridotto a un blocco di ghiaccio.
Tuttavia, Oppido si è difeso strenuamente durante il suo interrogatorio, respingendo ogni addebito. All’uscita dall’aula 714 del tribunale, i suoi legali hanno presentato una serie di dettagli tecnici per contestare il quadro accusatorio: «Persino i periti della Procura hanno riconosciuto che il clampaggio aortico è avvenuto alle 14:24, pochi minuti prima dell’espianto definitivo alle 14:34», hanno sottolineato gli avvocati Alfredo Sorge e Vittorio Manes, rivedendo così la sequenza degli eventi e ricalibrando le responsabilità attribuite al loro cliente.
Oppido ha ribadito che le sue azioni sono state guidate da protocolli consolidati e dal “via libera” ricevuto dall’equipe responsabile dell’espianto del cuore nuovo. La cardiochirurga Emma Bergonzoni ha adottato una linea simile, ma sulla questione della presunta falsificazione dei documenti le differenze tra le testimonianze dei sanitari coinvolti continuano a essere un nodo centrale dell’inchiesta.
Nuovi elementi di prova stanno emergendo e potrebbero rivelarsi determinanti. Una sequenza di audio e video registrati in sala operatoria, insieme alla testimonianza di personale sanitario presente durante l’intervento, delineerebbe un quadro diverso rispetto alle dichiarazioni ufficiali. Questi materiali sembrano indicare che il contenitore con l’organo da trapiantare fosse ancora chiuso mentre il cuore malato di Domenico era già stato espiantato. Inoltre, la posizione dei medici Gabriella Farina e Vincenzo Pagano, responsabili del trasporto dell’organo da Bolzano, si discosta nettamente da quella degli altri implicati nell’indagine. Entrambi hanno negato di aver dato l’autorizzazione all’inizio dell’intervento.
Secondo quanto riportato da Farina, al loro ingresso in sala operatoria il contenitore era ancora sigillato e solo allora si sono accorti che al suo interno c'era un blocco di ghiaccio. Nel frattempo, il cuore del piccolo Domenico era già stato espiantato, aggiungendo ulteriore drammaticità ai contorni di questa complessa vicenda giudiziaria.
Un punto specifico sembra discostarsi dalla versione fornita da Bergonzoni. Il cardiochirurgo ha affermato di aver visto la sua équipe rientrare, attraversare la sala e agire correttamente. Tuttavia, la collega Farina è stata categorica nel negarlo: non poteva averla vista. Questo perché Bergonzoni indossava occhialini con lenti d’ingrandimento che creano un "effetto tunnel", limitando e ingrandendo il campo visivo. Secondo l'accusa, avrebbe descritto una scena impossibile da osservare direttamente, alimentando così l’ipotesi di falso. Tuttavia, i legali difensori di Bergonzoni, il professor Vincenzo Maiello e l'avvocato Emanuele Raimondo, rigettano tali affermazioni. Secondo loro, l’interrogatorio ha confermato che la dottoressa ha agito in modo impeccabile sia dal punto di vista dell’assistenza chirurgica sia nella documentazione fedele in cartella dell'intervento. Ora spetta al giudice Sorrentino deliberare. Tra pochi giorni è attesa la decisione sulla richiesta avanzata dalla Procura per l’applicazione della misura interdittiva nei confronti dei due chirurghi.

