Quattordici anni di reclusione. È la pena sollecitata dalla Procura nei confronti di Gaetano Manganelli, oggi comandante del Nucleo operativo provinciale Traduzioni e piantonamenti del carcere di Fuorni, imputato nel maxiprocesso sulle violenze avvenute il 6 aprile 2020 nel reparto Nilo della casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere.
La richiesta è stata formulata dal pubblico ministero Alessandro Milita al termine della requisitoria celebrata nell’aula bunker del carcere casertano. Il procedimento coinvolge complessivamente 101 imputati e riguarda la perquisizione straordinaria che, secondo l’impianto accusatorio, si trasformò in una serie di aggressioni ai danni dei detenuti, colpiti con manganelli, calci e pugni e costretti a subire umiliazioni.
Detenuti pestati nel carcere di Santa Maria Capua Vetere: il comandante Manganelli rischia 14 anni
Come riporta l'edizione odierna de Il Mattino all’epoca dei fatti Manganelli era al comando della Polizia penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Soltanto successivamente avrebbe assunto l’incarico presso l’istituto di Fuorni, a Salerno.
Secondo la ricostruzione della Procura, l’imputato avrebbe avuto un ruolo consapevole nella gestione di quanto avvenuto nel reparto Nilo, pur non avendo partecipato materialmente ai pestaggi.
L’accusa sostiene che Manganelli sarebbe rimasto nel proprio ufficio mentre nei corridoi del carcere si consumavano le violenze. Una scelta definita dal pubblico ministero «furba», perché gli avrebbe consentito di non essere fisicamente presente senza però ignorare ciò che stava accadendo.
I procedimenti disciplinari contro i detenuti
Durante la requisitoria, Milita si è soffermato sui provvedimenti disciplinari avviati nei confronti di 15 detenuti indicati come presunti promotori della protesta scoppiata la sera del 5 aprile 2020. La mobilitazione era iniziata dopo la notizia della positività al Covid di un recluso. Secondo il pubblico ministero, Manganelli sarebbe stato consapevole delle violenze subite dai detenuti e avrebbe comunque promosso nei loro confronti le contestazioni disciplinari.
Le accuse sulle violenze e sul presunto depistaggio
La Procura attribuisce a Manganelli responsabilità non soltanto per quanto avvenuto durante la perquisizione straordinaria, ma anche per alcuni episodi successivi ritenuti collegati a un tentativo di ostacolare l’accertamento della verità.
Tra i punti richiamati dall’accusa figurano le contestazioni di tortura, la vicenda di Hakim Lamine Hakimi, il detenuto morto circa un mese dopo i pestaggi, e le presunte attività di depistaggio che sarebbero state messe in atto dopo i fatti. Le responsabilità contestate dovranno essere valutate dal Tribunale, chiamato a pronunciarsi all’esito del dibattimento.
Chiesti complessivamente 766 anni di carcere
Dopo quasi cinque anni e oltre 200 udienze, il maxiprocesso è arrivato alla conclusione della fase dedicata alla requisitoria dell’accusa. Il pubblico ministero ha chiesto complessivamente 766 anni di reclusione per gli imputati. Una sola la richiesta di assoluzione, formulata per l’agente della Polizia penitenziaria Giuseppe Di Monaco.
La pena più elevata è stata sollecitata per Pasquale Colucci, dirigente della Polizia penitenziaria, per il quale la Procura ha chiesto 21 anni e 4 mesi. Secondo l’accusa, Colucci sarebbe stato il «regista fondamentale» della perquisizione del 6 aprile e della successiva fase di presunto depistaggio.
Le altre richieste di condanna
Per Annarita Costanzo, commissario capo del reparto Nilo, sono stati chiesti 12 anni di reclusione. La richiesta è di 11 anni per Nunzia Di Donato e di 10 anni per Tiziana Perillo, all’epoca funzionaria del carcere di Avellino.
Secondo l’accusa, entrambe si trovavano nell’area del piano terra e dell’infermeria, dove furono condotti diversi detenuti feriti. Dieci anni sono stati chiesti anche per Antonio Fullone, ex provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria, che secondo la Procura avrebbe disposto la perquisizione e promosso i procedimenti disciplinari.
Per gli allora dirigenti del carcere Maria Parenti e Arturo Rubino la richiesta è di otto anni. Il pubblico ministero ha inoltre sollecitato nove anni per Francesca Acerra, già responsabile del Nucleo investigativo regionale della Polizia penitenziaria, e dodici anni per il sovrintendente Salvatore Mezzarano.

