«Questo cuore è duro come una pietra, questo cuore non farà nemmeno un battito, non partirà mai». Sono le parole che, secondo una testimonianza, avrebbe pronunciato il chirurgo Guido Oppido durante le fasi dell’intervento di trapianto sul piccolo Domenico Caliendo, eseguito all’Ospedale Monaldi.
Malgrado tali valutazioni, si sarebbe deciso di procedere comunque con l’impianto dell’organo e con l’applicazione di un macchinario di supporto al piccolo paziente, scelta definita “ovvia” nelle dichiarazioni rese, in relazione al quadro clinico e alla necessità di tentare ogni possibile soluzione.
Un ulteriore passaggio ricostruito dai testimoni riguarda una riunione interna tenutasi il 10 febbraio scorso presso la direzione sanitaria del Monaldi. In quell’occasione, Guido Oppido sarebbe stato convocato per un confronto su quanto accaduto il 23 dicembre, giorno dell’intervento, quando al bambino venne asportato il cuore nativo prima dell’arrivo dell’organo donato proveniente da Bolzano.
Nel corso dell’incontro si sarebbe discusso degli orari dell’operazione, dell’allineamento degli orologi e della sequenza delle procedure. Secondo la ricostruzione di un’infermiera presente, uno dei colleghi avrebbe fatto notare al chirurgo: “Tu hai clampato alle 14.18 quando il cuore era fuori all’ospedale”, utilizzando il termine tecnico che indica l’occlusione di un vaso sanguigno. A quel punto, sempre stando alla testimonianza, Oppido avrebbe reagito con un gesto di stizza, colpendo un termosifone con un calcio e pronunciando una frase offensiva riferita ai presenti.
Nei giorni successivi, il chirurgo avrebbe riunito la propria equipe per rassicurarla in vista degli interrogatori disposti dalla magistratura. “Ci disse che quello che era successo non era colpa nostra, non era dipeso da noi, quindi dovevamo stare tranquilli”, è il contenuto della dichiarazione resa da uno dei sanitari.
Le testimonianze acquisite delineano un quadro di forte tensione all’interno della sala operatoria e nei momenti immediatamente successivi, mentre proseguono gli accertamenti dell’autorità giudiziaria per chiarire la dinamica dei fatti e le eventuali responsabilità.
Cuore “duro come una pietra”, tensioni in sala operatoria: retroscena su Domenico Caliendo
Davanti all’organo donato, descritto come “duro come una pietra” perché congelato con ghiaccio secco, il medico avrebbe espresso immediatamente la convinzione dell’impossibilità di salvare il bambino. A riferirlo è uno dei tre infermieri ascoltati come testimoni. Nonostante le condizioni del cuore, l’equipe avrebbe comunque tentato diverse procedure per verificarne la funzionalità: prima acqua fredda, poi tiepida e infine calda, nel tentativo di scongelare adeguatamente il muscolo cardiaco. “Non farà neppure un battito”, avrebbe ribadito il chirurgo, sempre secondo la testimonianza.Malgrado tali valutazioni, si sarebbe deciso di procedere comunque con l’impianto dell’organo e con l’applicazione di un macchinario di supporto al piccolo paziente, scelta definita “ovvia” nelle dichiarazioni rese, in relazione al quadro clinico e alla necessità di tentare ogni possibile soluzione.
Un ulteriore passaggio ricostruito dai testimoni riguarda una riunione interna tenutasi il 10 febbraio scorso presso la direzione sanitaria del Monaldi. In quell’occasione, Guido Oppido sarebbe stato convocato per un confronto su quanto accaduto il 23 dicembre, giorno dell’intervento, quando al bambino venne asportato il cuore nativo prima dell’arrivo dell’organo donato proveniente da Bolzano.
Nel corso dell’incontro si sarebbe discusso degli orari dell’operazione, dell’allineamento degli orologi e della sequenza delle procedure. Secondo la ricostruzione di un’infermiera presente, uno dei colleghi avrebbe fatto notare al chirurgo: “Tu hai clampato alle 14.18 quando il cuore era fuori all’ospedale”, utilizzando il termine tecnico che indica l’occlusione di un vaso sanguigno. A quel punto, sempre stando alla testimonianza, Oppido avrebbe reagito con un gesto di stizza, colpendo un termosifone con un calcio e pronunciando una frase offensiva riferita ai presenti.
Nei giorni successivi, il chirurgo avrebbe riunito la propria equipe per rassicurarla in vista degli interrogatori disposti dalla magistratura. “Ci disse che quello che era successo non era colpa nostra, non era dipeso da noi, quindi dovevamo stare tranquilli”, è il contenuto della dichiarazione resa da uno dei sanitari.
Le testimonianze acquisite delineano un quadro di forte tensione all’interno della sala operatoria e nei momenti immediatamente successivi, mentre proseguono gli accertamenti dell’autorità giudiziaria per chiarire la dinamica dei fatti e le eventuali responsabilità.

