Frode del carburante nel casertano. Il prossimo 15 dicembre si deciderà il rinvio a giudizio o meno di 57 persone coinvolte in una inchiesta della Procura della Antimafia di Potenza che la scorsa primavera incriminò in totale 71 persone.
Inchiesta sulla frode del carburante nel casertano: 57 indagati a rischio processo
Come riporta Il Mattino, estinatari delle 45 misure cautelari (26 in carcere, 11 ai domiciliari, 6 destinatari di divieto di dimora e due misure interdittive per due carabinieri) furono i membri di una organizzazione ramificata tra Brescia e la Campania (Salerno, Napoli e provincia di Caserta) fino ad arrivare a Cosenza e Taranto. Gli indagati rispondono, a vario titolo, di associazione mafiosa, associazione a delinquere finalizzata alla commissione di frodi in materia di accise ed Iva sugli olii minerali, intestazione fittizia di beni e società, riciclaggio, autoriciclaggio e impiego di denaro di provenienza illecita.
Gli imputati
Tra le persone coinvolte ci sono:
- Raffaele Diana, 55 anni, di San Cipriano d'Aversa insieme ai figli Vincenzo e Giuseppe, di 32 e 24 anni (i tre finirono in carcere su ordine del gip Ida Iura del tribunale di Potenza);
- il 35enne Salvatore Di Puorto, anche lui di San Cipriano d'Aversa;
- Antonio De Martino, 55 anni, di Mondragone;
- Tommaso Di Rosa, 74 anni (Gaffoil di Santa Maria Capua Vetere),
- Bruno Mario Diana, 86 anni di San Cipriano d'Aversa;
- Flavio Diana, 46 anni, di Casapesenna;
- Francesco e Giovanni Friozzi, di 67 e 39 anni, entrambi di Pastorano;
- Antonio e Michele Gallo, di 42 e 79 anni, residenti a San Marco Evangelista:
- Fulvio e Salvatore Antonio Leonardo, di 39 e 54 anni, originari di Pietramelara;
- Antimo Menale, 82enne di Trentola Ducenta;
- i sammaritani Mariateresa Moschese, 44 anni;
- Luigi Papale, 64 anni (San Tammaro);
- Francesco Pascarella, 49 anni di Maddaloni;
L'inchiesta
Al centro dell'inchiesta un business milionario sui carburanti. Un sistema, con frodi su accise e Iva, intestazione fittizia di beni e truffa ai danni dello Stato, che era articolato dalla Lombardia fino alle principali città del Sud. Con la camorra, i Casalesi e il clan pugliese dei Cicala in particolare, che si era fatta impresa acquisendo fette di mercato e società per la gestione del trasporto di idrocarburi e la vendita di benzina e gasolio nella rete delle cosiddette "pompe bianche".
In carcere finì anche un carabiniere, accusato di passare informazioni agli uomini del clan. Sequestrate società e beni per oltre cinquanta milioni di euro. La camorra aveva deciso di investire, per il contrabbando di idrocarburi, in un territorio ritenuto poco al centro dell'attenzione mediatica e investigativa: in particolare nel Vallo di Diano. Ingenti quantità di benzina e gasolio erano acquistate come idrocarburi per l'agricoltura, soggette a prezzi ribassati e Iva al minimo e smistate nella rete delle pompe bianche con vendita a prezzi di mercato e guadagni da 30 milioni l'anno.
Fonte: Il Mattino
