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Dopo il tumore Francesco torna sul campo da calcio ad Agropoli: «Quando i medici mi hanno dato il via libera ho pianto»

Martina Francione
Dopo il tumore Francesco torna sul campo da calcio ad Agropoli: «Quando i medici mi hanno dato il via libera ho pianto»
Francesco Torre (Frame da video di Stile Tv)

Per mesi ha desiderato ciò che prima sembrava normale: andare a scuola, uscire con gli amici, ricevere un abbraccio, giocare a pallone. Oggi Francesco Torre è tornato sul campo da calcio ad Agropoli dopo il percorso affrontato contro il tumore e, intervistato da Stile TV, ha raccontato con grande lucidità cosa abbiano significato per lui la malattia, le cure e il ritorno alla quotidianità.

Agropoli, Francesco Torre torna in campo dopo il tumore: «Uno dei momenti più belli della mia vita»

Il periodo trascorso lontano dalla vita di tutti i giorni ha cambiato il modo in cui Francesco guarda ciò che lo circonda. «In questi mesi ho capito moltissime cose, anche che le cose meno scontate come la scuola, le uscite tra amici, anche i piccoli gesti come un libro in regalo, sono in realtà cose che hanno davvero molto valore», ha raccontato ai microfoni di Stile Tv.

«Per capire anche le piccole cose bisogna desiderarle. Quello era un momento dove anche un singolo abbraccio per me valeva moltissimo, anche una chiamata dei miei amici per me valeva moltissimo» ha aggiunto. 

L’ultima partita, poi la scoperta del tumore

Francesco ricorda con precisione quando il calcio si è improvvisamente fermato. L’ultima partita risale alla settimana di San Valentino del febbraio 2025. Poco dopo il viaggio a Torino e la scoperta del tumore.

Nel giugno dello stesso anno è arrivato l’intervento chirurgico e, circa venti giorni più tardi, l’inizio di 35 sedute di radioterapia. Il pallone, però, è rimasto sempre nei suoi pensieri. «Ogni giorno che passava avevo sempre più voglia di tornare in campo», ha spiegato. Quando le condizioni glielo permettevano e dopo i controlli quotidiani, Francesco raggiungeva il parco per giocare, pur dovendo rispettare numerose limitazioni a causa del catetere.

Uno dei ricordi più intensi resta il momento in cui i medici gli hanno comunicato che avrebbe potuto riprendere la vita normale, tornare a scuola e soprattutto ricominciare a giocare a calcio. «Da quel momento, devo dire la verità, mi sono commosso. Ho pianto anche ed è stato uno dei momenti più gioiosi della mia vita». Parole che raccontano quanto il ritorno sul terreno di gioco rappresenti qualcosa che va ben oltre una semplice partita. 

Il padre: «Quella “pallina” l’ha presa a calci come il pallone»

Accanto a Francesco durante tutto il percorso c’è stato il padre, che nell’intervista ha ricordato la forza mostrata dal figlio. «Io personalmente non so se ce l’avrei fatta ad affrontarlo con la forza di un leone e a essere un guerriero. Non so da dove i ragazzi tirino fuori questa forza quando succedono queste cose. Forse è innata» ha spiegato nel corso dell'intervista. 

Dal primo giorno a Torino fino alla conclusione del percorso, padre e figlio sono rimasti insieme. «Quando siamo arrivati a Torino gli ho detto: “Non c’è problema, non ti preoccupare. Siamo arrivati assieme, ce ne scendiamo assieme a casa”».

Un cammino che nessun ragazzo dovrebbe essere costretto ad affrontare, ha ricordato il padre, ma nel quale la famiglia ha cercato comunque di trovare anche momenti di leggerezza. Il tumore, all’inizio, era stato ribattezzato semplicemente “la pallina”. E oggi quella frase assume un significato completamente diverso: «Questa “pallina” l’ha presa a calci come ha fatto con il pallone. Vederlo qua oggi, con i suoi compagni, a calpestare l’erbetta è un regalo del cielo».

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