Non è la bocciatura in sé ad aver ferito la famiglia di A.M., la ragazza di Battipaglia in coma da oltre quindici mesi. A pesare, spiegano i familiari, è soprattutto il modo in cui la decisione è stata formalizzata e comunicata: attraverso parole fredde, standardizzate, percepite come lontane dalla drammaticità della situazione vissuta dalla studentessa.
La vicenda, che nei giorni scorsi ha suscitato forte attenzione, riguarda una ragazza che da oltre un anno lotta tra la vita e la morte. Al termine dell’anno scolastico, A.M. è stata dichiarata non ammessa alla classe successiva. Una decisione che, secondo quanto chiarito dalla famiglia, non viene contestata con l’obiettivo di ottenere una promozione “a ogni costo”, né per individuare colpevoli o alimentare una gogna mediatica nei confronti della scuola e degli insegnanti.
Il punto, per i genitori, è un altro: la modalità con cui quella comunicazione è arrivata e il linguaggio utilizzato.
Parole che, in una situazione ordinaria, potrebbero rientrare in formule amministrative o modelli scolastici prestabiliti. Ma che, riferite a una ragazza in coma da oltre quindici mesi, assumono per la famiglia un peso molto diverso.
Da qui le domande che i genitori pongono con amarezza: come avrebbe potuto impegnarsi una ragazza che da mesi non può frequentare? Come avrebbe potuto partecipare alle lezioni? E soprattutto, in che modo può essere valutata la condotta di una studentessa la cui assenza è legata esclusivamente a una gravissima condizione di salute?
Una comunicazione standardizzata può essere adeguata per casi ordinari. Diventa però dolorosa quando riguarda una ragazza che da oltre un anno non può parlare, studiare, partecipare o difendersi.
La testimonianza della famiglia, dunque, non nasce dalla rabbia. Nasce dal dolore. Dalla necessità di dare voce a chi oggi non può raccontare ciò che vive, né spiegare quanto possano risultare umilianti certe parole quando vengono associate a una condizione di coma.
La scuola, in particolare, non è soltanto il luogo delle valutazioni, dei registri e degli scrutini. È anche il luogo in cui si dovrebbero insegnare vicinanza, solidarietà, rispetto e attenzione verso le fragilità.
Le regole restano necessarie. Ma ci sono momenti in cui le regole devono essere accompagnate dall’empatia, dalla delicatezza e dalla capacità di comprendere il dramma umano che si ha davanti.
Perché dietro ogni pratica amministrativa non ci sono soltanto numeri, procedure e moduli. Ci sono persone, famiglie, sentimenti. E dietro questa vicenda c’è una ragazza che continua a lottare ogni giorno, accompagnata dall’amore e dalla presenza della sua famiglia.
La vicenda, che nei giorni scorsi ha suscitato forte attenzione, riguarda una ragazza che da oltre un anno lotta tra la vita e la morte. Al termine dell’anno scolastico, A.M. è stata dichiarata non ammessa alla classe successiva. Una decisione che, secondo quanto chiarito dalla famiglia, non viene contestata con l’obiettivo di ottenere una promozione “a ogni costo”, né per individuare colpevoli o alimentare una gogna mediatica nei confronti della scuola e degli insegnanti.
Il punto, per i genitori, è un altro: la modalità con cui quella comunicazione è arrivata e il linguaggio utilizzato.
Una comunicazione che ha ferito la famiglia
Dopo mesi segnati dalla malattia, dalle cure, dai trasferimenti e da una condizione familiare già estremamente dolorosa, alla famiglia è arrivata una comunicazione ritenuta fredda e impersonale. Nel documento, secondo quanto riferito, si farebbe riferimento a espressioni come “scarso impegno”, “ridotta partecipazione” e a un voto di condotta insufficiente.Parole che, in una situazione ordinaria, potrebbero rientrare in formule amministrative o modelli scolastici prestabiliti. Ma che, riferite a una ragazza in coma da oltre quindici mesi, assumono per la famiglia un peso molto diverso.
Da qui le domande che i genitori pongono con amarezza: come avrebbe potuto impegnarsi una ragazza che da mesi non può frequentare? Come avrebbe potuto partecipare alle lezioni? E soprattutto, in che modo può essere valutata la condotta di una studentessa la cui assenza è legata esclusivamente a una gravissima condizione di salute?
“Non cerchiamo colpevoli, chiediamo umanità”
La famiglia precisa di comprendere l’esistenza di regolamenti, procedure amministrative e norme da rispettare. Nessuno, spiegano, mette in discussione la necessità delle regole. Tuttavia, davanti a situazioni eccezionali, viene chiesto alle istituzioni di affiancare alla correttezza formale anche buon senso, sensibilità e rispetto della dignità della persona.Una comunicazione standardizzata può essere adeguata per casi ordinari. Diventa però dolorosa quando riguarda una ragazza che da oltre un anno non può parlare, studiare, partecipare o difendersi.
La testimonianza della famiglia, dunque, non nasce dalla rabbia. Nasce dal dolore. Dalla necessità di dare voce a chi oggi non può raccontare ciò che vive, né spiegare quanto possano risultare umilianti certe parole quando vengono associate a una condizione di coma.
Una riflessione sul ruolo delle istituzioni
Per i familiari, questa vicenda dovrebbe diventare un’occasione di riflessione più ampia. Non per puntare il dito contro qualcuno, ma per interrogarsi su modalità comunicative che, pur nel rispetto di procedure e regolamenti, rischiano di smarrire il senso umano che ogni istituzione dovrebbe preservare.La scuola, in particolare, non è soltanto il luogo delle valutazioni, dei registri e degli scrutini. È anche il luogo in cui si dovrebbero insegnare vicinanza, solidarietà, rispetto e attenzione verso le fragilità.
Le regole restano necessarie. Ma ci sono momenti in cui le regole devono essere accompagnate dall’empatia, dalla delicatezza e dalla capacità di comprendere il dramma umano che si ha davanti.
Dietro le carte ci sono persone
La famiglia auspica che quanto accaduto possa servire a introdurre maggiore attenzione nei confronti di altre famiglie chiamate ad affrontare situazioni simili. Se questa vicenda riuscirà ad aprire una riflessione e a cambiare anche solo in parte certi automatismi, il dolore vissuto potrà almeno contribuire a qualcosa di utile.Perché dietro ogni pratica amministrativa non ci sono soltanto numeri, procedure e moduli. Ci sono persone, famiglie, sentimenti. E dietro questa vicenda c’è una ragazza che continua a lottare ogni giorno, accompagnata dall’amore e dalla presenza della sua famiglia.

