Il comparto della mitilicoltura campana si appresta a voltare definitivamente pagina dopo le recenti criticità sanitarie legate ai casi di epatite A. La risposta del settore si traduce in un'importante iniziativa di tutela identitaria e commerciale: l'avvio formale dell'iter per il riconoscimento del marchio europeo di Indicazione Geografica Protetta. L'Associazione per la Valorizzazione della Cozza del Mar Tirreno Campania ha infatti depositato ufficialmente l'istanza di registrazione per la "Cozza Campana IGP", aprendo la strada all'esame comunitario del prodotto.
I parametri stabiliti per l'ottenimento del bollino europeo sono estremamente rigidi: i molluschi dovranno presentare una taglia minima di cinque centimetri di lunghezza e un indice di pienezza della carne pari o superiore al diciotto per cento rispetto al peso complessivo del guscio. Il ciclo di accrescimento controllato in mare aperto deve svilupparsi per almeno trenta giorni attraverso la tecnica del long-line, un sistema basato su lunghi filari galleggianti ancorati al fondale da cui pendono le reti tubolari di contenimento, mantenute a una distanza minima di quaranta centimetri per garantire il corretto idrodinamismo.
La specificità chimica delle acque locali, influenzata dalle correnti sottomarine e dalla natura vulcanica dei fondali campani, conferisce al prodotto una spiccata sapidità iodata e un retrogusto privo di note metalliche, caratteristiche eredi di una tradizione culinaria e commerciale che risale all'epoca romana. Dopo il duro colpo d'immagine subito a causa dell'epidemia di colera del 1973 e la successiva ristrutturazione degli impianti negli anni Novanta, il comparto cerca ora la consacrazione definitiva. La documentazione passerà adesso alla fase di istruttoria pubblica per le eventuali opposizioni, prima del definitivo inoltro alla Commissione Europea per la ratifica del marchio di tutela.
La cozza campana punta al marchio IGP: depositato il disciplinare
Il disciplinare tecnico allegato alla richiesta perimetra con precisione i criteri biologici e geografici della produzione, riservando la denominazione esclusivamente alla specie Mytilus galloprovincialis cresciuta in sei specifiche macro-aree della costa. La mappa delle coltivazioni copre l'intero litorale campano, includendo il Golfo di Salerno, la Costiera Cilentana, il Golfo di Policastro, il Golfo di Napoli, il Golfo di Pozzuoli, il Litorale Vesuviano-Sorrentino e il Litorale Domizio. Gli allevamenti marittimi si spingono fino a un massimo di sei miglia nautiche dalla terraferma, sfruttando impianti posizionati a profondità variabili tra lo zero e i cento metri.I parametri stabiliti per l'ottenimento del bollino europeo sono estremamente rigidi: i molluschi dovranno presentare una taglia minima di cinque centimetri di lunghezza e un indice di pienezza della carne pari o superiore al diciotto per cento rispetto al peso complessivo del guscio. Il ciclo di accrescimento controllato in mare aperto deve svilupparsi per almeno trenta giorni attraverso la tecnica del long-line, un sistema basato su lunghi filari galleggianti ancorati al fondale da cui pendono le reti tubolari di contenimento, mantenute a una distanza minima di quaranta centimetri per garantire il corretto idrodinamismo.
La specificità chimica delle acque locali, influenzata dalle correnti sottomarine e dalla natura vulcanica dei fondali campani, conferisce al prodotto una spiccata sapidità iodata e un retrogusto privo di note metalliche, caratteristiche eredi di una tradizione culinaria e commerciale che risale all'epoca romana. Dopo il duro colpo d'immagine subito a causa dell'epidemia di colera del 1973 e la successiva ristrutturazione degli impianti negli anni Novanta, il comparto cerca ora la consacrazione definitiva. La documentazione passerà adesso alla fase di istruttoria pubblica per le eventuali opposizioni, prima del definitivo inoltro alla Commissione Europea per la ratifica del marchio di tutela.

