Dove si trovano i rifugi antiaerei in Italia? Anche il nostro Paese, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, iniziò a dotarsi di rifugi antiaerei, che continuarono a essere costruiti anche al termine del conflitto, fino al culmine della Guerra fredda.
In Italia se ne trovano ancora diversi in buono stato di utilizzo, dal momento che da anni sono diventati visitabili per ripercorrere, attraverso questi luoghi, le tracce della storia che, per un beffardo colpo di coda del destino, sta tornando drammaticamente attuale.
In molti casi i rifugi sono stati ricavati da preesistenti strutture nel sottosuolo, riadattate, in altri casi sono stati scavati in fretta e furia per dare rifugio ai cittadini in fuga dalle bombe.
È ancora oggi possibile trovare questi segnali sui muri di molte città italiane. Oltre alle R, che indicavano l'ingresso, è possibile trovare altri tipi di indicazioni sui muri come le uscite di sicurezza, le prese di aerazione, gli idranti, eccetera. La realizzazione di questi segnali era compito dell'Unione nazionale protezione antiaerea, che si occupava anche di gestire l'afflusso nei rifugi e le operazioni di soccorso. I rifugi realizzati nei sotterranei dei palazzi non erano adatti a proteggere da bombe che centrassero direttamente l'edificio: in molti casi, infatti, poteva capitare che il palazzo sopra di essi crollasse, seppellendo i rifugiati; i rifugi sottostanti ai palazzi erano per lo più adatti a proteggere dai mitragliamenti e dagli spezzonamenti. I rifugi in galleria e gli altri tipi di rifugi, realizzati in spazi esterni, proteggevano maggiormente dal pericolo delle bombe. Talvolta si faceva uso di sotterranei molto più antichi: è il caso di Napoli, ricca di cavità da dove si attingeva il tufo fin dai tempi degli antichi Greci, prontamente convertite al nuovo uso. Ciononostante, il tributo di sangue che la città partenopea pagò ai bombardamenti fu ugualmente gravoso. Non mancavano poi i bunker di superficie allestiti per proteggere le maestranze delle fabbriche. Ne esistevano di diverso tipo: emisferici alla Caproni di Taliedo, a capanna presso la Innocenti, a torre in via Adriano (vedi sotto), in corso Monforte e a Palazzo Isimbardi a Milano. Quest'ultimo fu frequentato anche da Benito Mussolini alla vigilia della fuga a Dongo. Alcuni rifugi sono stati adibiti a museo come per esempio il rifugio antiaereo di Piazza Risorgimento a Torino.
I rifugi di Napoli
Guerra, ecco dove si trovano i rifugi antiaerei in Italia
Il regio decreto legge 24 settembre 1936-XV n. 2121 imponeva l'obbligo di apprestare un rifugio antiaereo in ciascun fabbricato di nuova costruzione, o in corso di costruzione, ad uso di abitazione. Nel primo articolo si imponeva a Enti o privati la realizzazione del rifugio - a proprie spese - utilizzando piani interrati, seminterrati, o in mancanza, il piano terra. Nel secondo articolo si dettava quali caratteristiche tecniche doveva avere il rifugio. Nel terzo articolo si fa riferimento ad un elenco di Comuni nei quali si dovevano applicare tali norme. Nel quarto articolo si dispone che tali Comuni devono accertare le eventuali inadempienze e in tal caso negare il nulla osta di abitabilità degli edifici ai costruttori. Nel quinto articolo si precisano le modalità di punizione per i contravventori. Lo sviluppo principale è stato durante la seconda guerra mondiale, quando i bombardamenti strategici sulle città venivano effettuati in pratica quotidianamente. In Italia, i rifugi antiaerei erano creati maggiormente nei sotterranei dei palazzi, adibiti a ricovero; questi erano indicati all'esterno da una R, che indicava appunto la presenza del rifugio nei sotterranei di quel palazzo alla popolazione. Lo stile delle R variava spesso da città a città, ed in genere erano accompagnate da una freccia.
È ancora oggi possibile trovare questi segnali sui muri di molte città italiane. Oltre alle R, che indicavano l'ingresso, è possibile trovare altri tipi di indicazioni sui muri come le uscite di sicurezza, le prese di aerazione, gli idranti, eccetera. La realizzazione di questi segnali era compito dell'Unione nazionale protezione antiaerea, che si occupava anche di gestire l'afflusso nei rifugi e le operazioni di soccorso. I rifugi realizzati nei sotterranei dei palazzi non erano adatti a proteggere da bombe che centrassero direttamente l'edificio: in molti casi, infatti, poteva capitare che il palazzo sopra di essi crollasse, seppellendo i rifugiati; i rifugi sottostanti ai palazzi erano per lo più adatti a proteggere dai mitragliamenti e dagli spezzonamenti. I rifugi in galleria e gli altri tipi di rifugi, realizzati in spazi esterni, proteggevano maggiormente dal pericolo delle bombe. Talvolta si faceva uso di sotterranei molto più antichi: è il caso di Napoli, ricca di cavità da dove si attingeva il tufo fin dai tempi degli antichi Greci, prontamente convertite al nuovo uso. Ciononostante, il tributo di sangue che la città partenopea pagò ai bombardamenti fu ugualmente gravoso. Non mancavano poi i bunker di superficie allestiti per proteggere le maestranze delle fabbriche. Ne esistevano di diverso tipo: emisferici alla Caproni di Taliedo, a capanna presso la Innocenti, a torre in via Adriano (vedi sotto), in corso Monforte e a Palazzo Isimbardi a Milano. Quest'ultimo fu frequentato anche da Benito Mussolini alla vigilia della fuga a Dongo. Alcuni rifugi sono stati adibiti a museo come per esempio il rifugio antiaereo di Piazza Risorgimento a Torino.
I rifugi di Napoli
Il ricco sottosuolo di Napoli è stato sfruttato durante la guerra per la realizzazione dei rifugi antiaerei, che nella città partenopea sono stati quasi tutti ricavati in strutture preesistenti. Esempio di questo è l'acquedotto greco-romano, i cui tunnel diedero ospitalità a centinaia di persone che, pur di non rischiare di perire sotto le bombe, preferivano vivere in condizioni estreme in queste gallerie inospitali.
Più accogliente, ma non troppo, è il tunnel borbonico, costruito nella metà dell'800 per garantire al re un'adeguata via di fuga. Con lo scoppio della guerra venne dotato di un secondo ingresso. I sue spazi erano talmente ampi che, nonostante i tempi di guerra, venne diviso in due per dare ospitalità alla borghesia e al popolino. E le differenze, tra le due parti, erano abissali.
Nei quartieri Spagnoli si trova il rifugio di Sant'Anna di Palazzo, una cavità a 40 metri di profondità ampia 3.200 metri quadrati che poteva ospitare fino a 4mila persone. Nel rione Sanità, invece, un'uscita della stazione Materdei è stata realizzata adattando una cavità tufacea realizzata nel 1761, che durante la guerra dava ospitalità agli abitanti della zona. Ma sono numerosi gli ipogei del sottosuolo di Napoli che negli anni Quaranta sono stati adattati a rifugi, nonostante le condizioni al loro interno fossero proibitive.

