𝑯𝒐 𝒗𝒊𝒔𝒕𝒐 𝒖𝒏𝒂 𝑺𝒂𝒍𝒆𝒓𝒏𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒐𝒈𝒏𝒂𝒗𝒂. E oggi vedo una città che troppo spesso si accontenta di sopravvivere. Ho vissuto la Salerno della cultura. Della Scuola Medica. Delle botteghe vive. Dei quartieri pieni di bambini. Del rispetto istituzionale. Della politica vissuta come servizio e non come propaganda. La Salerno di Alfonso Menna, il sindaco della ricostruzione morale e materiale del dopoguerra e della tragica alluvione del 1954. Una politica fatta di sacrificio, presenza e dignità. Una politica che viveva tra le persone e non sopra le persone. Ho visto una città capace di insegnare medicina al mondo quando il mondo occidentale ancora non sapeva cosa fosse davvero la medicina greca, eleatica ed araba.
E oggi mi fa male vedere cosa stiamo lentamente diventando. Perché dietro i rendering, gli slogan e le inaugurazioni, esiste una città reale che soffre. I giovani continuano ad andare via. Le famiglie fanno fatica. Il commercio muore lentamente. Le periferie vengono dimenticate. Le persone si sentono sempre più sole. E forse la cosa più dolorosa è proprio questa: ci hanno abituati a pensare che tutto questo sia normale. Ma non è normale vedere una città perdere la propria anima. Io ho dedicato la mia vita alla medicina. Da oltre venticinque anni vivo l’Ordine dei Medici, i pazienti, il territorio, le fragilità umane. Ed è proprio stando accanto alle persone che ho capito quanto sia profonda la distanza tra la città raccontata nei palazzi e quella vissuta ogni giorno dalla gente comune. Salerno non è nata con Vincenzo De Luca. E non morirà con Vincenzo De Luca. Salerno è molto più antica. Molto più grande. Molto più nobile. È la città della Scuola Medica Salernitana. Di Trotula. Delle Mulieres Salernitanae. Della cultura etrusca, greca, sannita, romana, longobarda, bizantina e normanna… che nei secoli hanno costruito un’identità unica al mondo. E allora mi domando: come abbiamo fatto a consegnare una città con questa storia nelle mani di un sistema di potere che per trent’anni ha trasformato Salerno in un feudo politico? Il sistema De Luca ha occupato ogni spazio del dibattito pubblico.
Ha soffocato il dissenso. Ha abituato intere generazioni alla paura di esporsi, di parlare, di criticare. Un sistema alimentato da imprenditori senza scrupoli, costruttori amici, clientele e interessi che hanno usato Salerno come terreno di consenso e affari. Mentre i figli dei potenti costruivano carriere, troppi figli della nostra terra preparavano le valigie per andare via. Mentre si costruivano palazzi, si distruggevano lentamente identità, comunità e speranze. Mentre si inauguravano opere, migliaia di giovani preparavano le valigie. Mentre si raccontava una città perfetta, la città reale moriva nel silenzio. Una città non può vivere soltanto di cemento, propaganda e fotografia. Perché una città senza anima diventa una scenografia. E Salerno non merita di essere una scenografia elettorale permanente. La cultura non può diventare un bancomat politico. La sanità non può diventare propaganda. La politica non può diventare gestione del potere personale.
Perché quando una città perde il rispetto per la propria storia, lentamente perde anche il rispetto per le persone. Io non provo odio. Provo dolore. Il dolore di chi ama profondamente questa terra e non riesce più ad accettare che tanti ragazzi siano costretti a partire per trovare dignità, lavoro e futuro altrove. Il dolore di vedere una città meravigliosa ridotta troppo spesso a vetrina di potere invece che comunità viva. Ed è forse proprio questo il motivo più vero per cui oggi ho scelto di rimettermi in gioco. Non per ambizione personale. Non per nostalgia politica. Ma perché credo che Salerno meriti ancora libertà, verità e umanità. 𝑷𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒄𝒊 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒄𝒊𝒕𝒕𝒂̀ 𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒊 𝒂𝒎𝒂𝒏𝒐 𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒇𝒂𝒏𝒏𝒐 𝒎𝒂𝒍𝒆. 𝑬 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒍𝒆 𝒂𝒎𝒊 𝒅𝒂𝒗𝒗𝒆𝒓𝒐, 𝒏𝒐𝒏 𝒓𝒊𝒆𝒔𝒄𝒊 𝒂 𝒔𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒊𝒏 𝒔𝒊𝒍𝒆𝒏𝒛𝒊𝒐.

E oggi mi fa male vedere cosa stiamo lentamente diventando. Perché dietro i rendering, gli slogan e le inaugurazioni, esiste una città reale che soffre. I giovani continuano ad andare via. Le famiglie fanno fatica. Il commercio muore lentamente. Le periferie vengono dimenticate. Le persone si sentono sempre più sole. E forse la cosa più dolorosa è proprio questa: ci hanno abituati a pensare che tutto questo sia normale. Ma non è normale vedere una città perdere la propria anima. Io ho dedicato la mia vita alla medicina. Da oltre venticinque anni vivo l’Ordine dei Medici, i pazienti, il territorio, le fragilità umane. Ed è proprio stando accanto alle persone che ho capito quanto sia profonda la distanza tra la città raccontata nei palazzi e quella vissuta ogni giorno dalla gente comune. Salerno non è nata con Vincenzo De Luca. E non morirà con Vincenzo De Luca. Salerno è molto più antica. Molto più grande. Molto più nobile. È la città della Scuola Medica Salernitana. Di Trotula. Delle Mulieres Salernitanae. Della cultura etrusca, greca, sannita, romana, longobarda, bizantina e normanna… che nei secoli hanno costruito un’identità unica al mondo. E allora mi domando: come abbiamo fatto a consegnare una città con questa storia nelle mani di un sistema di potere che per trent’anni ha trasformato Salerno in un feudo politico? Il sistema De Luca ha occupato ogni spazio del dibattito pubblico.
Ha soffocato il dissenso. Ha abituato intere generazioni alla paura di esporsi, di parlare, di criticare. Un sistema alimentato da imprenditori senza scrupoli, costruttori amici, clientele e interessi che hanno usato Salerno come terreno di consenso e affari. Mentre i figli dei potenti costruivano carriere, troppi figli della nostra terra preparavano le valigie per andare via. Mentre si costruivano palazzi, si distruggevano lentamente identità, comunità e speranze. Mentre si inauguravano opere, migliaia di giovani preparavano le valigie. Mentre si raccontava una città perfetta, la città reale moriva nel silenzio. Una città non può vivere soltanto di cemento, propaganda e fotografia. Perché una città senza anima diventa una scenografia. E Salerno non merita di essere una scenografia elettorale permanente. La cultura non può diventare un bancomat politico. La sanità non può diventare propaganda. La politica non può diventare gestione del potere personale.
Perché quando una città perde il rispetto per la propria storia, lentamente perde anche il rispetto per le persone. Io non provo odio. Provo dolore. Il dolore di chi ama profondamente questa terra e non riesce più ad accettare che tanti ragazzi siano costretti a partire per trovare dignità, lavoro e futuro altrove. Il dolore di vedere una città meravigliosa ridotta troppo spesso a vetrina di potere invece che comunità viva. Ed è forse proprio questo il motivo più vero per cui oggi ho scelto di rimettermi in gioco. Non per ambizione personale. Non per nostalgia politica. Ma perché credo che Salerno meriti ancora libertà, verità e umanità. 𝑷𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒄𝒊 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒄𝒊𝒕𝒕𝒂̀ 𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒊 𝒂𝒎𝒂𝒏𝒐 𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒇𝒂𝒏𝒏𝒐 𝒎𝒂𝒍𝒆. 𝑬 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒍𝒆 𝒂𝒎𝒊 𝒅𝒂𝒗𝒗𝒆𝒓𝒐, 𝒏𝒐𝒏 𝒓𝒊𝒆𝒔𝒄𝒊 𝒂 𝒔𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒊𝒏 𝒔𝒊𝒍𝒆𝒏𝒛𝒊𝒐.

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