Maltrattamenti in famiglia a Nocera Inferiore: il giudice, nella giornata di ieri mercoledì 11 marzo, ha condannato un uomo a 9 mesi con pensa sospesa. Rischiava fino a 10 anni. La pesante accusa crolla in aula: la difesa riesce a ottenere una riqualificazione delle imputazioni. Lo riporta SalernoToday.
Le accuse: tra episodi specifici e il concetto di abitualità
I fatti contestati si sarebbero verificati tra il 2019 e il 2020. Secondo l'accusa, l'uomo avrebbe maltrattato la moglie in modo ricorrente, spesso sotto effetti dell’alcol. Sono stati individuati due episodi specifici, datati 30 luglio 2019 e 30 maggio 2020, ai quali si aggiungevano le lesioni personali guaribili in sei giorni, ritenute parte della stessa condotta maltrattante. Per configurare il reato di maltrattamenti in famiglia, previsto dall’articolo 572 del codice penale, deve essere dimostrata una sistematicità nella sopraffazione, dunque una condotta abituale e continuativa. Non bastano uno o due episodi isolati: è necessario identificare un comportamento strutturale e ripetuto nel tempo. Questo punto ha rappresentato uno degli aspetti centrali del dibattimento.
La difesa e il nodo dell’attendibilità
L’avvocato Michele Scibelli ha adottato una strategia basata su una minuziosa analisi delle prove emerse durante il dibattimento. Al centro della sua tesi vi era l’attendibilità della persona offesa. La difesa ha sostenuto che il racconto della moglie si fosse evoluto in modo significativo nel corso del procedimento: inizialmente focalizzato su violenze verbali occasionali e consumo di alcol sporadico, successivamente ampliato fino a descrivere episodi di violenza fisica abituali e un quadro di alcolismo cronico. Questo cambiamento, secondo la difesa, non rafforzava le accuse ma le metteva in discussione, evidenziando lacune e incoerenze nel racconto. Inoltre, molte dichiarazioni risultavano generiche e difficilmente verificabili, prive di riferimenti temporali precisi. I riscontri disponibili provenivano principalmente de relato, ossia riportati da terzi sulla base delle parole della persona offesa, senza osservazioni dirette.
Un ulteriore elemento emerso riguarda il contesto relazionale dell'imputato. Le altre relazioni stabili dell’uomo non presentavano dinamiche analoghe a quelle descritte dalla moglie convivente. Dopo la separazione, i rapporti tra i due si sarebbero normalizzati. Questi aspetti sono stati interpretati dalla difesa come indicativi di una relazione conflittuale piuttosto che di un regime sistematico e continuativo di maltrattamenti. Testimonianze rese dall’ex moglie e dall’attuale compagna dell’imputato hanno rafforzato questa visione, negando l’esistenza di un quadro di sopraffazione fisica o psicologica.
Aspetti civili e conclusione del processo
Dal punto di vista civile, l’imputato è stato condannato a risarcire la persona offesa in separata sede e al pagamento delle spese processuali, quantificate in 2.033 euro più IVA, CPA e rimborso forfettario. È stata invece respinta la richiesta di risarcimento avanzata da altre parti civili. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro sessanta giorni.
In definitiva, la condanna emessa riguarda esclusivamente le lesioni aggravate, per le quali è stata disposta la pena sospesa. Il reato più grave — quello di maltrattamenti in famiglia con aggravanti — non è stato riconosciuto nella forma strutturale ipotizzata dall’accusa. La linea difensiva ha insistito sulla necessità di distinguere tra ciò che trovava conferma nelle prove e ciò che non poteva essere verificato pienamente.
Maltrattamenti in famiglia a Nocera Inferiore: condannato a 9 mesi con pena sospesa
Nel fascicolo 899/21 si trovano due capi d'imputazione, svariate udienze, e le testimonianze di una donna insieme a quelle di altri soggetti. Ieri si è concluso il processo presso il Tribunale di Nocera Inferiore con una sentenza che ha ribaltato significativamente lo scenario rispetto a quanto sostenuto inizialmente dall'accusa. L’imputato era accusato di maltrattamenti in famiglia aggravati e lesioni personali nei confronti della moglie convivente. Se confermate, tali reati avrebbero comportato una pena fino a dieci anni di reclusione. Tuttavia, il verdetto finale non ha seguito questa prospettiva.Le accuse: tra episodi specifici e il concetto di abitualità
I fatti contestati si sarebbero verificati tra il 2019 e il 2020. Secondo l'accusa, l'uomo avrebbe maltrattato la moglie in modo ricorrente, spesso sotto effetti dell’alcol. Sono stati individuati due episodi specifici, datati 30 luglio 2019 e 30 maggio 2020, ai quali si aggiungevano le lesioni personali guaribili in sei giorni, ritenute parte della stessa condotta maltrattante. Per configurare il reato di maltrattamenti in famiglia, previsto dall’articolo 572 del codice penale, deve essere dimostrata una sistematicità nella sopraffazione, dunque una condotta abituale e continuativa. Non bastano uno o due episodi isolati: è necessario identificare un comportamento strutturale e ripetuto nel tempo. Questo punto ha rappresentato uno degli aspetti centrali del dibattimento.
La difesa e il nodo dell’attendibilità
L’avvocato Michele Scibelli ha adottato una strategia basata su una minuziosa analisi delle prove emerse durante il dibattimento. Al centro della sua tesi vi era l’attendibilità della persona offesa. La difesa ha sostenuto che il racconto della moglie si fosse evoluto in modo significativo nel corso del procedimento: inizialmente focalizzato su violenze verbali occasionali e consumo di alcol sporadico, successivamente ampliato fino a descrivere episodi di violenza fisica abituali e un quadro di alcolismo cronico. Questo cambiamento, secondo la difesa, non rafforzava le accuse ma le metteva in discussione, evidenziando lacune e incoerenze nel racconto. Inoltre, molte dichiarazioni risultavano generiche e difficilmente verificabili, prive di riferimenti temporali precisi. I riscontri disponibili provenivano principalmente de relato, ossia riportati da terzi sulla base delle parole della persona offesa, senza osservazioni dirette.
Un ulteriore elemento emerso riguarda il contesto relazionale dell'imputato. Le altre relazioni stabili dell’uomo non presentavano dinamiche analoghe a quelle descritte dalla moglie convivente. Dopo la separazione, i rapporti tra i due si sarebbero normalizzati. Questi aspetti sono stati interpretati dalla difesa come indicativi di una relazione conflittuale piuttosto che di un regime sistematico e continuativo di maltrattamenti. Testimonianze rese dall’ex moglie e dall’attuale compagna dell’imputato hanno rafforzato questa visione, negando l’esistenza di un quadro di sopraffazione fisica o psicologica.
Aspetti civili e conclusione del processo
Dal punto di vista civile, l’imputato è stato condannato a risarcire la persona offesa in separata sede e al pagamento delle spese processuali, quantificate in 2.033 euro più IVA, CPA e rimborso forfettario. È stata invece respinta la richiesta di risarcimento avanzata da altre parti civili. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro sessanta giorni.
In definitiva, la condanna emessa riguarda esclusivamente le lesioni aggravate, per le quali è stata disposta la pena sospesa. Il reato più grave — quello di maltrattamenti in famiglia con aggravanti — non è stato riconosciuto nella forma strutturale ipotizzata dall’accusa. La linea difensiva ha insistito sulla necessità di distinguere tra ciò che trovava conferma nelle prove e ciò che non poteva essere verificato pienamente.

