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In Italia il costo della vita continua a salire: abitazioni più care del 4% e stipendi reali inferiori del 6,6% rispetto al 1990

Alessia Benincasa
In Italia il costo della vita continua a salire: abitazioni più care del 4% e stipendi reali inferiori del 6,6% rispetto al 1990
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L’inflazione accelera nuovamente, spinta soprattutto dal rincaro dell’energia, e raggiunge il 3,3% su base annua. Anche il mercato immobiliare registra un incremento, con le abitazioni che costano il 4% in più rispetto a un anno fa. Nel frattempo, le retribuzioni reali hanno perso il 6,6% del loro valore rispetto al 1990.

In Italia il costo della vita continua a salire: abitazioni più care del 4% e stipendi reali inferiori del 6,6% rispetto al 1990

Il costo dei prodotti alimentari essenziali continua a crescere, mentre benzina e gasolio diventano progressivamente più costosi. L’aumento generalizzato dei prezzi rende sempre più gravoso affrontare le spese quotidiane, in un contesto nel quale gli stipendi risultano sostanzialmente fermi da più di tre decenni. A luglio, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha evidenziato in un'analisi una situazione particolarmente difficile: le retribuzioni reali dei lavoratori dipendenti del comparto privato sono diminuite del 6,6% rispetto ai livelli dei primi anni Novanta.

Per famiglie, giovani e lavoratori italiani si delinea così una combinazione particolarmente pesante. Da una parte c’è una capacità di spesa frenata da salari che hanno perso potere d’acquisto; dall’altra l’inflazione continua a incidere sui risparmi, mentre alimentari e altri beni indispensabili diventano sempre più costosi. A tutto questo si aggiunge il mercato delle abitazioni, dove gli aumenti rendono ancora più difficile per molte persone realizzare il progetto di acquistare una casa, contribuendo ad ampliare le disparità economiche e sociali.

Inflazione al 3,3% su base annua ad agosto 2026

Uno dei fattori che sta incidendo maggiormente sui bilanci domestici è proprio la crescita dei prezzi. Secondo le rilevazioni ufficiali diffuse ieri dall’Istat, nell’agosto 2026 l’indice nazionale dei prezzi al consumo è aumentato del 3,3% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, accelerando dal precedente +2,9% registrato a luglio. Su base mensile, invece, l’incremento è stato dello 0,5%.

A spingere verso l’alto il dato sono stati soprattutto i prodotti energetici. Per quelli regolamentati la crescita è passata dal 14,8% al 18,6%, mentre per gli energetici non regolamentati si è passati dall’11,4% al 17%. Anche i beni durevoli hanno registrato un’accelerazione, dallo 0,7% all’1,3%, mentre gli alimentari non lavorati hanno raggiunto un incremento del 3,8%.

Il cosiddetto carrello della spesa ha invece mostrato un lieve rallentamento, portandosi all’1%, ma i prodotti acquistati con maggiore frequenza hanno registrato un aumento del 4,3%. Nel complesso, continua inoltre ad ampliarsi la distanza tra l’andamento dei prezzi dei beni, cresciuti del 4,1%, e quello dei servizi, saliti del 2,4%. L’inflazione acquisita per il 2026 si colloca così al 2,9%.

Unione Nazionale Consumatori: "Il ceto medio rischia una nuova emergenza"

Per l’Unione Nazionale Consumatori il quadro potrebbe trasformarsi in una vera emergenza sul piano economico. Il presidente Massimiliano Dona ha evidenziato come l’accelerazione dei prezzi e il rincaro di carburanti ed energia possano determinare un ulteriore peggioramento durante l’autunno. Secondo l’associazione, senza provvedimenti immediati da parte dell’esecutivo, tra cui un aumento dello sconto sulle accise del diesel, misure sulla benzina, l’eliminazione degli oneri di sistema nelle bollette e una riduzione al 5% dell’Iva sul gas, il fenomeno rischierebbe di aggravarsi ulteriormente, con conseguenze anche per il ceto medio.

Secondo i calcoli dell’associazione, a incidere maggiormente sull’inflazione sono state le spese legate alla casa, all’elettricità e al gas, aumentate del 9,1% rispetto all’agosto 2025. Per una famiglia media questo comporterebbe una maggiore spesa annuale di 365 euro, mentre per una coppia con due figli l’esborso aggiuntivo arriverebbe a 394 euro. Ai costi energetici si sommano quelli dei trasporti, aumentati del 6,1%. Complessivamente, la maggiore spesa annuale raggiungerebbe 1.199 euro per una coppia con due figli e 882 euro per una famiglia tipo.

I principali rincari: zucchine a +6,3% e costi del riscaldamento in aumento

A rendere ancora più complessa la situazione contribuiscono gli aumenti registrati nell’ultimo mese per numerosi prodotti e servizi di uso quotidiano. La graduatoria elaborata dall’Unione Nazionale Consumatori sui rincari di agosto vede al primo posto i trasporti marittimi, che hanno subito un incremento del 37,6%, anche per effetto della stagione e del maggiore costo dei carburanti. I voli all’interno dell’Europa sono diventati più cari del 13,3%, mentre i pacchetti turistici nazionali hanno registrato un aumento dell’11,8%.

Particolare attenzione è rivolta al gasolio destinato al riscaldamento, che ad agosto ha segnato un aumento del 10,7%, proprio in vista della stagione fredda. In crescita anche il prezzo del gas naturale, salito del 6,2%, nonostante durante l’estate gli impianti di riscaldamento siano rimasti spenti.

Gli aumenti interessano numerosi settori: i computer portatili hanno registrato un +8,2%, i servizi degli stabilimenti balneari un +6,6%, mentre la benzina è cresciuta del 6,3% e il diesel del 5,3%. Secondo l’analisi, lo sconto di 14 centesimi applicato alle accise non sarebbe stato sufficiente a compensare gli aumenti. Anche il reparto ortofrutticolo ha subito rincari significativi. Zucchine e zucche sono aumentate del 6,3%, l’insalata del 5,5% e le verdure a foglia del 4,3%.

Le differenze risultano evidenti anche osservando i dati per territorio. L’Unione Nazionale Consumatori ha indicato Rimini come la città dove l’aumento della spesa annuale per una famiglia è maggiore, con 1.128 euro in più. Seguono Bolzano, con 1.094 euro, e Verona, con 1.055 euro. Per quanto riguarda invece il tasso d’inflazione più elevato, ai primi posti figurano Reggio Calabria, con il 4,6%, Siracusa, con il 4,5%, e Macerata, con il 4,3%.

Tra le città caratterizzate dagli incrementi più contenuti vengono indicate Benevento e Piacenza, anche se pure in questi territori la maggiore spesa annuale supera i 540 euro. A livello regionale, gli incrementi più pesanti interessano Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Veneto.

Abitazioni sempre più costose: prezzi in crescita del 4% in un anno

Se sostenere le spese quotidiane e affrontare le bollette è diventato sempre più impegnativo, riuscire ad acquistare un'abitazione appare ancora più difficile, soprattutto per le generazioni più giovani. I dati Istat relativi al secondo trimestre del 2026, pubblicati questa mattina, mostrano un mercato immobiliare nel quale i prezzi delle case comprate per essere abitate oppure come investimento sono aumentati del 4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

L’incremento rappresenta comunque un rallentamento rispetto al +5,1% registrato nei primi tre mesi dell’anno. Nelle principali città italiane gli aumenti sono particolarmente rilevanti. Torino ha segnato una brusca accelerazione, con una crescita dell’8,5%, contro il 3,8% del trimestre precedente. A Roma il rialzo è stato del 6,4%, mentre Milano ha registrato un incremento del 2,4%.

Su scala nazionale, gli aumenti maggiori si concentrano nel Centro, dove raggiungono il 5,1%, e nel Nord-Est, con il 4,2%. A crescere sono sia le abitazioni di nuova costruzione, che hanno segnato un +5%, sia quelle già esistenti, aumentate del 3,7%.

Il tutto si inserisce in un quadro nel quale il numero delle compravendite, dopo due anni caratterizzati da una fase espansiva, ha sostanzialmente raggiunto una situazione di stabilità. La variazione media acquisita dei prezzi immobiliari per il 2026 si attesta così al 3,8%.

Stipendi reali inferiori del 6,6% rispetto a quelli del 1990

L’aumento delle spese in numerosi comparti si scontra con una dinamica salariale che negli ultimi decenni non ha seguito lo stesso andamento. A luglio, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha evidenziato, sulla base dei dati disponibili, che i lavoratori italiani oggi percepiscono, una volta considerato l’effetto dell’inflazione, meno di quanto guadagnavano i dipendenti all’inizio degli anni Novanta.

Nel corso di circa 35 anni, le retribuzioni lorde hanno infatti perso mediamente il 6,6% in termini reali. Il dato emerge anche dal confronto con le statistiche Ocse elaborate su base Eurostat: tra il 1990 e il 2020, l’Italia è stata l’unica economia avanzata a registrare una diminuzione del salario medio annuo a valori costanti. Nello stesso periodo, in altri Paesi dell’Europa centrale gli stipendi sono arrivati a raddoppiare, mentre nelle economie baltiche sono persino triplicati.

Alla lunga fase di stagnazione delle retribuzioni si è aggiunta una maggiore frammentazione del mercato occupazionale, caratterizzata dalla diffusione del lavoro a tempo parziale e dalla crescente differenziazione tra contratti e livelli professionali, elementi che hanno contribuito ad ampliare le distanze tra le retribuzioni lorde.

A peggiorare ulteriormente il quadro è arrivata l’impennata inflazionistica degli ultimi anni. All’inizio del 2025, infatti, le retribuzioni reali italiane risultavano ancora inferiori del 7,5% rispetto ai livelli del 2021, il dato peggiore registrato tra le principali economie appartenenti all’Ocse.
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