Resterà in carcere il sessantenne arrestato la scorsa estate nell’ambito di un’inchiesta per usura che coinvolse sedici persone. Il Tribunale ha respinto la richiesta di sostituire la custodia cautelare con gli arresti domiciliari, avanzata dalla difesa a causa delle gravi condizioni cardiache dell’indagato.
Secondo la Procura, l’uomo sarebbe una figura di riferimento in ambienti camorristici attivi tra la Valle dell’Irno e l’Agro nocerino. La questione posta dal suo legale riguarda però la capacità del sistema penitenziario di assicurare interventi immediati in presenza di un’eventuale emergenza sanitaria. Lo riporta l'edizione odierna de Il Mattino.
Grave cardiopatia in carcere, il Tribunale nega i domiciliari a un 60enne detenuto per usura
L’avvocato Emiliano Torre aveva proposto il trasferimento del detenuto in un’abitazione collocata a poche centinaia di metri da uno dei principali centri cardiologici del Mezzogiorno. La soluzione, secondo il difensore, avrebbe permesso di garantire controlli più rapidi e un’assistenza tempestiva senza interrompere la misura cautelare. Il Tribunale ha tuttavia rigettato l’istanza, confermando la permanenza dell’uomo nell’istituto penitenziario.
Il sessantenne si trova detenuto a Rovigo dall’estate scorsa. Era finito in carcere durante un’operazione che aveva portato all’arresto complessivo di sedici persone e deve rispondere dell’accusa di usura.
Il rischio legato alla cardiopatia
La richiesta dei domiciliari si fondava principalmente sulle consulenze mediche acquisite dalla difesa. L’indagato, già colpito da un infarto nel 2014, soffrirebbe di una cardiopatia accompagnata da aritmie potenzialmente fatali e dal rischio di una morte improvvisa.
La patologia non sarebbe considerata in assoluto incompatibile con il regime carcerario. Per il legale, tuttavia, la criticità nasce dalla necessità di ricevere assistenza in tempi estremamente ridotti qualora il quadro clinico dovesse aggravarsi. Anche nelle relazioni dei sanitari del carcere sarebbero state evidenziate le difficoltà connesse alla rapidità degli interventi necessari.
Il medico autorizzato dopo circa due mesi
Secondo quanto riferito dall’avvocato Torre, il medico curante del sessantenne avrebbe ottenuto l’autorizzazione a entrare nell’istituto penitenziario soltanto dopo circa sessanta giorni di richieste e procedure con l’Asl competente.
Il difensore ha comunque precisato che i giudici si sarebbero sempre mostrati disponibili ad affrontare le questioni relative alla salute dell’indagato. La contestazione riguarda piuttosto le condizioni concrete nelle quali il detenuto può curarsi e l’impossibilità di scegliere autonomamente la struttura sanitaria o lo specialista a cui rivolgersi.
«Anche pochi minuti di ritardo potrebbero essere fatali»
Per la difesa, il rischio principale sarebbe rappresentato da un’eventuale emergenza improvvisa. Un ritardo di pochi minuti nell’arrivo dell’ambulanza o nell’intervento dei sanitari potrebbe infatti produrre conseguenze irreversibili.
Da qui la proposta di collocare il sessantenne in un’abitazione vicina a un centro ospedaliero specializzato in cardiologia, ritenuta maggiormente adatta a garantire cure tempestive. L’avvocato Torre ha spiegato di rispettare la decisione assunta dal Tribunale, precisando che il provvedimento potrà eventualmente essere sottoposto agli strumenti di impugnazione previsti dall’ordinamento.

