Si intensifica il confronto tra il sistema industriale salernitano e la Regione Campania dopo il diniego dell’Autorizzazione integrata ambientale che ha determinato lo stop allo stabilimento di Fratte delle Fonderie Pisano.
A intervenire con una presa di posizione netta è il presidente di Confindustria Salerno, Antonio Sada, che sollecita un cambio di rotta immediato e l’apertura di un confronto operativo per evitare conseguenze irreversibili sul piano produttivo e occupazionale come riportato dal quotidiano Il Mattino oggi in edicola.
Sada inquadra la vicenda come una questione che supera il singolo caso aziendale, definendola un nodo cruciale per l’intero tessuto economico locale. Secondo questa lettura, non si tratterebbe di una resistenza al cambiamento da parte dell’impresa, ma del tentativo, avviato da oltre un decennio, di individuare soluzioni compatibili con le normative ambientali e con le esigenze di continuità produttiva. L’amministratore delegato Ciro Pisano viene indicato come protagonista di un percorso orientato alla modernizzazione degli impianti e alla riduzione dell’impatto ambientale.
Il tema della delocalizzazione rappresenta uno degli snodi principali della vicenda. La ricerca di un nuovo sito produttivo nella provincia di Salerno risale al 2016, successivamente a un primo stop imposto dalla magistratura. Nel corso degli anni si sono susseguiti tentativi e ipotesi, tra cui l’acquisizione di un’area nella zona industriale di Buccino, poi sfumata a seguito di un pronunciamento del Consiglio di Stato favorevole al Comune interessato. Più recentemente, anche il Consorzio Asi di Salerno ha ribadito l’assenza di terreni compatibili con le necessità dell’azienda.
Nel suo intervento, il presidente di Confindustria richiama il rischio di un atteggiamento definito come “Nimby”, evidenziando una contraddizione tra la volontà dichiarata di tutelare lavoro e sviluppo sostenibile e il rifiuto concreto di nuovi insediamenti industriali progettati secondo criteri innovativi. L’azienda, secondo quanto sostenuto, avrebbe manifestato disponibilità a investire in un impianto tecnologicamente avanzato, con processi orientati alla decarbonizzazione e alla riduzione delle emissioni.
Le critiche alla Regione Campania e agli altri livelli istituzionali sono esplicite e riguardano la gestione complessiva del dossier. Viene contestata una carenza di programmazione strategica e la mancanza di strumenti efficaci per accompagnare la trasformazione industriale del territorio. Secondo questa impostazione, il blocco di un progetto ritenuto conforme alle normative e orientato all’innovazione rischia di produrre effetti negativi non solo sull’azienda coinvolta, ma sull’intero sistema economico locale.
L’appello conclusivo è rivolto a una soluzione condivisa che consenta di evitare la chiusura definitiva dello stabilimento e di garantire una prospettiva industriale stabile. La richiesta è quella di un intervento rapido per individuare un sito alternativo e attivare un percorso che coniughi esigenze ambientali e salvaguardia dell’occupazione, in un contesto già segnato da fragilità produttive.
A intervenire con una presa di posizione netta è il presidente di Confindustria Salerno, Antonio Sada, che sollecita un cambio di rotta immediato e l’apertura di un confronto operativo per evitare conseguenze irreversibili sul piano produttivo e occupazionale come riportato dal quotidiano Il Mattino oggi in edicola.
Fonderie Pisano, scontro istituzionale tra Confindustria e Regione
La richiesta avanzata dal vertice degli industriali è articolata su due direttrici: da un lato, la concessione di una fase transitoria che consenta all’azienda di proseguire temporaneamente l’attività; dall’altro, l’individuazione urgente di un’area idonea per consentire il trasferimento del sito produttivo. Il provvedimento di diniego è stato adottato dalla direzione generale competente in materia ambientale per il territorio Avellino-Salerno, determinando di fatto la chiusura di una delle realtà siderurgiche storiche ancora presenti nel capoluogo.Sada inquadra la vicenda come una questione che supera il singolo caso aziendale, definendola un nodo cruciale per l’intero tessuto economico locale. Secondo questa lettura, non si tratterebbe di una resistenza al cambiamento da parte dell’impresa, ma del tentativo, avviato da oltre un decennio, di individuare soluzioni compatibili con le normative ambientali e con le esigenze di continuità produttiva. L’amministratore delegato Ciro Pisano viene indicato come protagonista di un percorso orientato alla modernizzazione degli impianti e alla riduzione dell’impatto ambientale.
Il tema della delocalizzazione rappresenta uno degli snodi principali della vicenda. La ricerca di un nuovo sito produttivo nella provincia di Salerno risale al 2016, successivamente a un primo stop imposto dalla magistratura. Nel corso degli anni si sono susseguiti tentativi e ipotesi, tra cui l’acquisizione di un’area nella zona industriale di Buccino, poi sfumata a seguito di un pronunciamento del Consiglio di Stato favorevole al Comune interessato. Più recentemente, anche il Consorzio Asi di Salerno ha ribadito l’assenza di terreni compatibili con le necessità dell’azienda.
Nel suo intervento, il presidente di Confindustria richiama il rischio di un atteggiamento definito come “Nimby”, evidenziando una contraddizione tra la volontà dichiarata di tutelare lavoro e sviluppo sostenibile e il rifiuto concreto di nuovi insediamenti industriali progettati secondo criteri innovativi. L’azienda, secondo quanto sostenuto, avrebbe manifestato disponibilità a investire in un impianto tecnologicamente avanzato, con processi orientati alla decarbonizzazione e alla riduzione delle emissioni.
Le critiche alla Regione Campania e agli altri livelli istituzionali sono esplicite e riguardano la gestione complessiva del dossier. Viene contestata una carenza di programmazione strategica e la mancanza di strumenti efficaci per accompagnare la trasformazione industriale del territorio. Secondo questa impostazione, il blocco di un progetto ritenuto conforme alle normative e orientato all’innovazione rischia di produrre effetti negativi non solo sull’azienda coinvolta, ma sull’intero sistema economico locale.
L’appello conclusivo è rivolto a una soluzione condivisa che consenta di evitare la chiusura definitiva dello stabilimento e di garantire una prospettiva industriale stabile. La richiesta è quella di un intervento rapido per individuare un sito alternativo e attivare un percorso che coniughi esigenze ambientali e salvaguardia dell’occupazione, in un contesto già segnato da fragilità produttive.

