Il 17 marzo 1983 si spegneva ad Agropoli Liborio Bonifacio, figura controversa e al tempo stesso carica di significato umano, rimasta nella memoria collettiva come il “veterinario della speranza”. La sua vicenda segnò profondamente il territorio cilentano e l’intero Paese, dando vita a uno dei casi più discussi della storia italiana legati alla ricerca di una cura contro il cancro. Migliaia di persone, negli anni, raggiunsero Agropoli nella speranza di trovare una possibilità laddove la medicina non offriva certezze.
L’intuizione e la nascita del siero
Bonifacio, originario di Agrigento ma da tempo residente ad Agropoli, sviluppò le sue teorie a partire dall’osservazione del mondo animale. Era convinto che le capre possedessero una naturale resistenza ai tumori, intuizione che lo portò a elaborare un preparato da lui chiamato “Oncoclasina”.
Secondo la sua visione, il siero avrebbe potuto colpire le cellule tumorali senza danneggiare quelle sane, aprendo una strada alternativa alla cura delle neoplasie. Una teoria che, pur non trovando riscontri nella comunità scientifica, accese una forte speranza in un periodo in cui l’oncologia era ancora agli inizi.
Il fenomeno mediatico e l’assedio di Agropoli
Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, il caso Bonifacio assunse dimensioni nazionali. La città di Agropoli divenne meta di un continuo afflusso di malati e familiari provenienti da tutta Italia. In via Atri, dove viveva il veterinario, si formarono code interminabili di persone in cerca di una cura.
Bonifacio continuò a distribuire il suo siero spesso senza chiedere compensi, limitandosi talvolta a contributi simbolici. Questo atteggiamento contribuì a costruire attorno a lui un’immagine di uomo vicino alla sofferenza delle persone, alimentando il sostegno popolare.
La sperimentazione e lo scontro con la scienza
Il clamore mediatico spinse le istituzioni a intervenire. Nel 1970 il Ministero della Sanità autorizzò una sperimentazione ufficiale del siero Bonifacio.
I risultati, però, non confermarono le aspettative dei sostenitori. Nonostante ciò, Bonifacio continuò a difendere il proprio lavoro, sostenendo la validità delle sue scoperte e rivendicando il valore della sua esperienza.
In una delle sue dichiarazioni più note, sottolineò come la vicenda fosse ormai diventata un fenomeno collettivo, capace di superare i confini della medicina per entrare nella sfera sociale e culturale.
Un’eredità tra memoria e dibattito
A oltre quarant’anni dalla sua scomparsa, la figura di Liborio Bonifacio continua a suscitare opinioni contrastanti. Da un lato, la comunità scientifica ha archiviato il suo siero come privo di efficacia clinica. Dall’altro, ad Agropoli e nel Cilento resta viva la memoria di un uomo che, con i mezzi a sua disposizione, tentò di offrire una speranza a chi non ne aveva più.
La sua storia rappresenta ancora oggi un intreccio complesso tra scienza, fede popolare e bisogno umano di speranza, un capitolo che continua a far riflettere sul rapporto tra medicina e società.

