Cuore "bruciato" dal ghiaccio secco: ecco il "frigorifero passivo" usato per il trasporto dell'organo
Si tratta di un comune frigorifero passivo in polistirene espanso, progettato per garantire isolamento e mantenimento della temperatura. Per anni strumenti di questo tipo sono stati impiegati anche per il trasporto degli organi, almeno dalla metà degli anni Ottanta fino agli scorsi anni.
Solo recentemente si sono diffusi dispositivi più evoluti, capaci di monitorare costantemente la temperatura interna attraverso un display esterno. Molti centri trapianti ne sono dotati, anche se in alcune circostanze vengono ancora utilizzati i modelli tradizionali.
I dispositivi presenti al Monaldi e la mancata formazione
Dall’audit interno dell’ospedale Monaldi emerge che la sala operatoria dedicata ai trapianti disponeva di almeno due dispositivi di nuova generazione, marca Paragonix, oltre a un’ulteriore unità di riserva custodita in farmacia.
Secondo quanto riportato, però, l’équipe di cardiochirurgia pediatrica non avrebbe completato la formazione sull’utilizzo di tali strumenti. "Dagli audit emerge che l’équipe avrebbe dichiarato di non essere a conoscenza di tale disponibilità", riferisce l’azienda sanitaria, precisando che i medici erano stati invitati via mail ai corsi formativi, poi non svolti.
Il nodo del ghiaccio secco
Anche un contenitore più datato, se utilizzato correttamente, può garantire il mantenimento della temperatura idonea al trasporto dell’organo. La procedura prevede l’inserimento del cuore in tre sacchetti contenenti soluzioni liquide e il posizionamento di ghiaccio tradizionale attorno, così da mantenere una temperatura di circa 4 gradi.
Nel caso in esame, invece, sarebbe stato impiegato ghiaccio secco, che raggiunge temperature prossime ai -80 gradi. Il freddo eccessivo avrebbe trasformato l’organo in un blocco di ghiaccio, compromettendone irrimediabilmente l’integrità.

