La Corte di Cassazione ha respinto anche l’ultimo tentativo della famiglia Polese di tornare in possesso del celebre albergo-ristorante conosciuto soprattutto per le feste nuziali: confermata la confisca del Castello delle Cerimonie.
La difesa dei Polese aveva sostenuto che il reato di lottizzazione abusiva, che aveva costituito il presupposto della confisca, fosse ormai prescritto da tempo. Per sostenere questa ricostruzione erano state prodotte nuove consulenze e documenti contabili, tra cui fatture, con l’obiettivo di dimostrare che i lavori realizzati nel seminterrato e nel torrino dell’ascensore risalissero al 2005-2006. Le precedenti decisioni giudiziarie, invece, avevano individuato la realizzazione di quelle opere negli anni 2010-2011, quindi in un periodo prossimo alla maturazione della prescrizione. L’accoglimento della tesi difensiva avrebbe fatto venir meno anche il fondamento della confisca urbanistica.
Secondo la Cassazione, però, questo ragionamento non può essere accolto. La revisione di un procedimento, chiariscono i giudici, non rappresenta lo strumento per proporre una nuova interpretazione di circostanze già esaminate, ma può essere utilizzata esclusivamente per portare all’attenzione elementi storici realmente nuovi e mai valutati in precedenza. Nel caso riguardante La Sonrisa, invece, le presunte nuove prove, comprese perizie, fatture e dichiarazioni di carattere tecnico, affrontavano gli stessi argomenti già sottoposti all’esame dei giudici e già respinti in una precedente richiesta di revisione, rigettata dalla stessa Corte Suprema solo pochi mesi prima. La sentenza parla quindi della «riproposizione di prove sostanzialmente equipollenti a quelle già scrutinate».
È stato respinto anche il principale tentativo della difesa di mettere in discussione la validità del verbale di sopralluogo del 19 aprile 2011, accusando i verbalizzanti di falso ideologico. Nel documento si faceva riferimento alla presenza, all’interno del cantiere, di strutture in ferro già predisposte per la realizzazione di ulteriori pilastri, e non a semplici materiali rimasti sul posto dal 2006. Per la Cassazione, tuttavia, si tratta di una valutazione di natura tecnico-interpretativa effettuata dagli operatori che redassero il verbale, e non della falsa certificazione di circostanze oggettive. I giudici hanno inoltre sottolineato che la ricostruzione dei fatti non poggiava esclusivamente su quel documento, ma anche sulle dichiarazioni indipendenti di un testimone, un architetto che non era mai stato formalmente incriminato per falsa testimonianza.
In definitiva, per la Corte non sono emersi elementi realmente nuovi attraverso la documentazione presentata dalla famiglia Polese. La revisione sarebbe stata utilizzata per tentare nuovamente di ottenere una diversa valutazione di una vicenda già esaminata e definita attraverso tre gradi di giudizio, oltre che da una precedente procedura di revisione. Il ricorso è stato quindi respinto in via definitiva, con la conseguente condanna al pagamento delle spese processuali.
La famiglia Polese perde anche in Cassazione: confermata la confisca del Castello delle Cerimonie
La Corte di Cassazione ha respinto anche l’ultimo tentativo della famiglia Polese di tornare in possesso del celebre albergo-ristorante conosciuto soprattutto per le feste nuziali. Con una sentenza articolata in venti pagine, la Suprema Corte ha rigettato i ricorsi presentati da Agostino e Concetta Polese, rendendo di fatto definitiva la confisca del Grand Hotel La Sonrisa, successivamente destinato al Comune di Sant’Antonio Abate. La decisione, contenuta nella sentenza numero 32290/2026, si fonda su diverse motivazioni che conducono tutte alla medesima conclusione: il ricorso non può essere accolto. Si chiude così una vicenda giudiziaria iniziata molti anni fa e legata al cosiddetto Castello delle Cerimonie, il noto ristorante specializzato nei ricevimenti nuziali in stile napoletano, diventato per anni anche il set di un popolare programma televisivo. Non sono dunque previsti ulteriori clamorosi sviluppi.La difesa dei Polese aveva sostenuto che il reato di lottizzazione abusiva, che aveva costituito il presupposto della confisca, fosse ormai prescritto da tempo. Per sostenere questa ricostruzione erano state prodotte nuove consulenze e documenti contabili, tra cui fatture, con l’obiettivo di dimostrare che i lavori realizzati nel seminterrato e nel torrino dell’ascensore risalissero al 2005-2006. Le precedenti decisioni giudiziarie, invece, avevano individuato la realizzazione di quelle opere negli anni 2010-2011, quindi in un periodo prossimo alla maturazione della prescrizione. L’accoglimento della tesi difensiva avrebbe fatto venir meno anche il fondamento della confisca urbanistica.
Secondo la Cassazione, però, questo ragionamento non può essere accolto. La revisione di un procedimento, chiariscono i giudici, non rappresenta lo strumento per proporre una nuova interpretazione di circostanze già esaminate, ma può essere utilizzata esclusivamente per portare all’attenzione elementi storici realmente nuovi e mai valutati in precedenza. Nel caso riguardante La Sonrisa, invece, le presunte nuove prove, comprese perizie, fatture e dichiarazioni di carattere tecnico, affrontavano gli stessi argomenti già sottoposti all’esame dei giudici e già respinti in una precedente richiesta di revisione, rigettata dalla stessa Corte Suprema solo pochi mesi prima. La sentenza parla quindi della «riproposizione di prove sostanzialmente equipollenti a quelle già scrutinate».
È stato respinto anche il principale tentativo della difesa di mettere in discussione la validità del verbale di sopralluogo del 19 aprile 2011, accusando i verbalizzanti di falso ideologico. Nel documento si faceva riferimento alla presenza, all’interno del cantiere, di strutture in ferro già predisposte per la realizzazione di ulteriori pilastri, e non a semplici materiali rimasti sul posto dal 2006. Per la Cassazione, tuttavia, si tratta di una valutazione di natura tecnico-interpretativa effettuata dagli operatori che redassero il verbale, e non della falsa certificazione di circostanze oggettive. I giudici hanno inoltre sottolineato che la ricostruzione dei fatti non poggiava esclusivamente su quel documento, ma anche sulle dichiarazioni indipendenti di un testimone, un architetto che non era mai stato formalmente incriminato per falsa testimonianza.
In definitiva, per la Corte non sono emersi elementi realmente nuovi attraverso la documentazione presentata dalla famiglia Polese. La revisione sarebbe stata utilizzata per tentare nuovamente di ottenere una diversa valutazione di una vicenda già esaminata e definita attraverso tre gradi di giudizio, oltre che da una precedente procedura di revisione. Il ricorso è stato quindi respinto in via definitiva, con la conseguente condanna al pagamento delle spese processuali.

