Cronaca

Scafati, processo Aliberti e presunti rapporti con i clan: la Cassazione riapre la strada all'appello della Dda, ecco perché

Carla Castellano
Scafati, processo Aliberti e presunti rapporti con i clan: la Cassazione riapre la strada all'appello della Dda, ecco perché

L'assoluzione del sindaco di Scafati Pasquale Aliberti torna al centro del confronto giudiziario. La Corte di Cassazione ha depositato le motivazioni della decisione con cui ha accolto il ricorso della Procura di Salerno contro la dichiarazione di inammissibilità dell'appello presentato nell'ambito del processo per presunto scambio elettorale politico-mafioso.

La questione riguarda una vicenda giudiziaria legata alle elezioni comunali del 2013 e alle regionali del 2015, nelle quali la Direzione Distrettuale Antimafia aveva ipotizzato rapporti tra esponenti politici e appartenenti al clan Loreto-Ridosso.

Il pronunciamento della Suprema Corte non riguarda, però, la responsabilità penale degli imputati. Al centro della decisione c'è la validità dell'impugnazione presentata dalla Procura, inizialmente dichiarata inammissibile per le modalità con cui era stata depositata.

Processo Aliberti a Scafati, perché interviene la Cassazione

Per comprendere la decisione della Cassazione occorre partire dall'assoluzione pronunciata nel giudizio di primo grado.

Pasquale Aliberti e altri cinque imputati erano stati assolti dall'accusa di scambio elettorale politico-mafioso. I giudici non avevano ritenuto sufficienti gli elementi raccolti dall'accusa per dimostrare l'esistenza di un accordo tra ambienti camorristici e rappresentanti della politica locale.

In particolare, nella sentenza erano state evidenziate criticità relative all'attendibilità delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, oltre alla genericità e alle contraddizioni degli altri elementi probatori.

La Procura di Salerno aveva contestato quelle conclusioni, chiedendo attraverso l'appello una diversa valutazione delle prove e la condanna degli imputati.

L'impugnazione, tuttavia, non era stata esaminata nel merito. I giudici di secondo grado l'avevano dichiarata inammissibile perché presentata in formato cartaceo, senza il corrispondente deposito telematico previsto dalla disciplina introdotta dalla riforma Cartabia.

Da qui il ricorso dell'ufficio inquirente alla Corte di Cassazione.

Il malfunzionamento informatico e il deposito degli atti

Il problema affrontato dalla Suprema Corte riguarda il funzionamento delle procedure digitali utilizzate per il deposito degli atti giudiziari.

Secondo la posizione sostenuta dalla Procura, difficoltà tecniche legate al sistema informatico avrebbero reso necessario il ricorso alla modalità cartacea per presentare l'appello.

La Cassazione è stata quindi chiamata a valutare se la dichiarazione di inammissibilità fosse corretta, considerando sia le disposizioni sul deposito telematico sia le circostanze nelle quali l'impugnazione era stata presentata.

Il nodo giuridico riguarda la possibilità di utilizzare procedure alternative quando problemi tecnici ostacolano il deposito attraverso gli strumenti ordinariamente previsti.

Le motivazioni depositate chiariscono che la corretta applicazione delle regole procedurali deve tenere conto anche delle concrete condizioni nelle quali gli atti vengono presentati.

Il rispetto delle formalità resta un requisito fondamentale, ma occorre verificare se un impedimento tecnico possa giustificare modalità differenti senza compromettere il diritto di impugnazione.

L'inchiesta sulle elezioni comunali del 2013 e regionali del 2015

La vicenda giudiziaria nasce da un'indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Salerno, che aveva ipotizzato l'esistenza di un accordo tra esponenti del clan Loreto-Ridosso e soggetti appartenenti al mondo politico e amministrativo scafatese.

Secondo l'impostazione accusatoria, i presunti rapporti avrebbero interessato le consultazioni comunali del 2013 e quelle regionali del 2015. La ricostruzione della Procura non aveva però trovato conferma nella sentenza di primo grado.

I sei imputati erano stati assolti, poiché i giudici non avevano ritenuto dimostrato l'accordo contestato dall'accusa. Nel successivo atto di appello, la Procura aveva chiesto di riesaminare il materiale probatorio, contestando le valutazioni alla base della decisione assolutoria.

Si attende la nuova valutazione dell'appello

Con l'accoglimento del ricorso da parte della Cassazione, la vicenda torna all'attenzione dei giudici di secondo grado per una nuova valutazione della questione relativa all'impugnazione della Procura.

La data della prossima udienza non è stata ancora fissata.

È importante distinguere il significato della decisione: la Suprema Corte non ha annullato nel merito le valutazioni che avevano portato all'assoluzione, né ha stabilito la responsabilità degli imputati. Il pronunciamento riguarda il problema procedurale che aveva impedito l'esame dell'appello dell'accusa.

La Procura continua a sostenere la fondatezza della propria ricostruzione, mentre resta ferma la pronuncia assolutoria di primo grado, non ancora oggetto di una rivalutazione nel merito in appello.

Il nuovo passaggio giudiziario dovrà chiarire la sorte dell'impugnazione e, di conseguenza, se le contestazioni della Direzione Distrettuale Antimafia potranno essere nuovamente esaminate dai giudici di secondo grado.

Condividi

Leggi anche