Dieci anni dopo la morte del fratello Jacques Hamel davanti all'altare della chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, vicino Rouen, Rosaline porta al Meeting di Rimini la testimonianza di un perdono nato dal dolore.
A dieci anni di distanza, Roseline, oggi 86enne, ha portato al Meeting di Rimini una vicenda che non parla soltanto del ricordo di una vittima del terrorismo islamista, ma soprattutto del percorso affrontato da chi è sopravvissuto alla tragedia: trasformare una sofferenza capace di alimentare odio in un'opportunità per costruire un dialogo.
Seduta su una sedia a rotelle, con i capelli bianchi e un'energia che sorprende rispetto alle sue condizioni fisiche, Roseline ha mostrato durante un'intervista con Monica Mondo, trasmessa sul canale YouTube del Meeting, il braccio sinistro. Su di esso compare una colomba tatuata, identica a quella che porta una delle nipoti che spesso la accompagna nei suoi viaggi e negli incontri in Europa.
Ha scelto di farsi quel tatuaggio a 86 anni, convinta che «non è mai troppo tardi». Per lei la colomba rappresenta ciò che ha compreso durante questi anni: «Il perdono è un cammino lungo che fa già la volontà della pace». Nel suo caso non si tratta soltanto di una frase dal significato simbolico.
Il perdono ha preso forma nell'incontro con Nassera Kermiche, la madre di Adel, uno dei due giovani responsabili dell'uccisione di padre Hamel, poi ucciso dalla polizia alla conclusione dell'attacco. Le loro vite si trovavano apparentemente su fronti opposti: una era la sorella della vittima, l'altra la madre di uno degli attentatori. Eppure entrambe hanno finito per riconoscersi nella stessa sofferenza.
Roseline racconta di essere stata criticata per aver deciso di incontrare Nassera. «C'era gente che mi diceva: questa gente la dovresti odiare». Lei, invece, ha scelto una strada differente. Ha cercato la madre dell'assassino chiedendosi se fosse possibile che anche lei stesse vivendo un dolore ancora più grande.
Da quell'incontro è nato prima un rapporto di amicizia e successivamente una testimonianza condivisa, raccontata anche nel libro Sorelle di dolore. Al Meeting, le due donne hanno parlato soprattutto ai giovani di Gioventù Studentesca.
Nassera, che per motivi di sicurezza preferisce non essere riconoscibile, ha ricordato il momento in cui apprese che suo figlio era coinvolto nell'omicidio del sacerdote: «Quella notizia ci è piombata addosso come se ci fosse crollato il mondo». Il messaggio che entrambe portano avanti converge sullo stesso punto: «Dobbiamo poter vivere insieme su questa terra. Abbiamo una sola terra e siamo tutti esseri umani», afferma Nassera.
È proprio questo aspetto a dare alla loro storia un significato che supera la dimensione privata. In un'Europa ancora segnata dagli attentati jihadisti e attraversata da tensioni legate all'identità religiosa, Roseline e Nassera scelgono di respingere ogni forma di responsabilità collettiva.
Non negano la colpa di chi ha compiuto l'attentato né la matrice ideologica dell'assassinio, ma rifiutano che il gesto di un figlio possa trasformarsi in una condanna per la madre o per un'intera comunità religiosa.
Per Roseline, tuttavia, il passaggio più importante è stato quello legato alla fede. Per molto tempo ha cercato di capire il motivo per cui Jacques fosse stato ucciso, fino a quando nella sua mente ha iniziato a risuonare una frase pronunciata da Cristo sulla croce: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».
«Mi rimbombava dentro», ricorda. Da quel momento ha capito quale direzione prendere. Il perdono, nella sua esperienza, non significa cancellare ciò che è accaduto né dimenticare il male subito. Significa piuttosto scegliere di non permettere a quel male di continuare a governare la propria esistenza.
Ora Roseline Hamel ha anche una richiesta precisa da rivolgere a Leone XIV, che incontrerà al Meeting: fare avanzare la causa di beatificazione del fratello. «Chiederò al Papa di beatificare mio fratello sgozzato. Vorrei che avvenisse prima della mia morte».
Il procedimento diocesano è già stato concluso e il dossier è stato inviato a Roma. Roseline non nasconde però la propria impazienza per i tempi dell'iter, che a Rouen iniziano a essere considerati troppo lunghi. «Tanti fedeli lo considerano già santo e martire», spiega, ricordando con ironia i lunghi tempi necessari alla canonizzazione di Giovanna d'Arco: «Speriamo che non accada la stessa cosa».
Il riconoscimento del martirio di Jacques Hamel avrebbe un significato ecclesiale preciso per una morte diventata uno dei simboli più drammatici della violenza jihadista in Europa: quella di un anziano sacerdote assassinato mentre celebrava l'Eucaristia.
La testimonianza della sorella aggiunge però una dimensione ulteriore a quella vicenda. Dieci anni dopo l'attacco, la donna che ha perso il fratello e la madre di uno degli uomini che lo hanno ucciso si ritrovano dalla stessa parte. Non perché abbiano cancellato il passato, ma perché hanno scelto che a chiudere quella storia non fosse l'odio.
Rimini, a 86 anni si fa tatuare una colomba: «Ho perdonato chi ha ucciso mio fratello, ora chiedo al Papa di proclamarlo beato»
Roseline Hamel aveva persino pensato di morire. Per giorni aveva pianto e urlato, fino a provocarsi, come racconta lei stessa, una lesione a un polmone. Il 26 luglio 2016 suo fratello Jacques, sacerdote di 85 anni, venne ucciso a coltellate davanti all’altare della chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, nei pressi di Rouen, durante una messa, per mano di due giovani jihadisti entrati nel luogo di culto. «Mio fratello aveva consacrato tutta la sua vita agli altri».A dieci anni di distanza, Roseline, oggi 86enne, ha portato al Meeting di Rimini una vicenda che non parla soltanto del ricordo di una vittima del terrorismo islamista, ma soprattutto del percorso affrontato da chi è sopravvissuto alla tragedia: trasformare una sofferenza capace di alimentare odio in un'opportunità per costruire un dialogo.
Seduta su una sedia a rotelle, con i capelli bianchi e un'energia che sorprende rispetto alle sue condizioni fisiche, Roseline ha mostrato durante un'intervista con Monica Mondo, trasmessa sul canale YouTube del Meeting, il braccio sinistro. Su di esso compare una colomba tatuata, identica a quella che porta una delle nipoti che spesso la accompagna nei suoi viaggi e negli incontri in Europa.
Ha scelto di farsi quel tatuaggio a 86 anni, convinta che «non è mai troppo tardi». Per lei la colomba rappresenta ciò che ha compreso durante questi anni: «Il perdono è un cammino lungo che fa già la volontà della pace». Nel suo caso non si tratta soltanto di una frase dal significato simbolico.
Il perdono ha preso forma nell'incontro con Nassera Kermiche, la madre di Adel, uno dei due giovani responsabili dell'uccisione di padre Hamel, poi ucciso dalla polizia alla conclusione dell'attacco. Le loro vite si trovavano apparentemente su fronti opposti: una era la sorella della vittima, l'altra la madre di uno degli attentatori. Eppure entrambe hanno finito per riconoscersi nella stessa sofferenza.
Roseline racconta di essere stata criticata per aver deciso di incontrare Nassera. «C'era gente che mi diceva: questa gente la dovresti odiare». Lei, invece, ha scelto una strada differente. Ha cercato la madre dell'assassino chiedendosi se fosse possibile che anche lei stesse vivendo un dolore ancora più grande.
Da quell'incontro è nato prima un rapporto di amicizia e successivamente una testimonianza condivisa, raccontata anche nel libro Sorelle di dolore. Al Meeting, le due donne hanno parlato soprattutto ai giovani di Gioventù Studentesca.
Nassera, che per motivi di sicurezza preferisce non essere riconoscibile, ha ricordato il momento in cui apprese che suo figlio era coinvolto nell'omicidio del sacerdote: «Quella notizia ci è piombata addosso come se ci fosse crollato il mondo». Il messaggio che entrambe portano avanti converge sullo stesso punto: «Dobbiamo poter vivere insieme su questa terra. Abbiamo una sola terra e siamo tutti esseri umani», afferma Nassera.
È proprio questo aspetto a dare alla loro storia un significato che supera la dimensione privata. In un'Europa ancora segnata dagli attentati jihadisti e attraversata da tensioni legate all'identità religiosa, Roseline e Nassera scelgono di respingere ogni forma di responsabilità collettiva.
Non negano la colpa di chi ha compiuto l'attentato né la matrice ideologica dell'assassinio, ma rifiutano che il gesto di un figlio possa trasformarsi in una condanna per la madre o per un'intera comunità religiosa.
Per Roseline, tuttavia, il passaggio più importante è stato quello legato alla fede. Per molto tempo ha cercato di capire il motivo per cui Jacques fosse stato ucciso, fino a quando nella sua mente ha iniziato a risuonare una frase pronunciata da Cristo sulla croce: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».
«Mi rimbombava dentro», ricorda. Da quel momento ha capito quale direzione prendere. Il perdono, nella sua esperienza, non significa cancellare ciò che è accaduto né dimenticare il male subito. Significa piuttosto scegliere di non permettere a quel male di continuare a governare la propria esistenza.
Ora Roseline Hamel ha anche una richiesta precisa da rivolgere a Leone XIV, che incontrerà al Meeting: fare avanzare la causa di beatificazione del fratello. «Chiederò al Papa di beatificare mio fratello sgozzato. Vorrei che avvenisse prima della mia morte».
Il procedimento diocesano è già stato concluso e il dossier è stato inviato a Roma. Roseline non nasconde però la propria impazienza per i tempi dell'iter, che a Rouen iniziano a essere considerati troppo lunghi. «Tanti fedeli lo considerano già santo e martire», spiega, ricordando con ironia i lunghi tempi necessari alla canonizzazione di Giovanna d'Arco: «Speriamo che non accada la stessa cosa».
Il riconoscimento del martirio di Jacques Hamel avrebbe un significato ecclesiale preciso per una morte diventata uno dei simboli più drammatici della violenza jihadista in Europa: quella di un anziano sacerdote assassinato mentre celebrava l'Eucaristia.
La testimonianza della sorella aggiunge però una dimensione ulteriore a quella vicenda. Dieci anni dopo l'attacco, la donna che ha perso il fratello e la madre di uno degli uomini che lo hanno ucciso si ritrovano dalla stessa parte. Non perché abbiano cancellato il passato, ma perché hanno scelto che a chiudere quella storia non fosse l'odio.

