Le influencer sono i nuovi media. E non possono pretendere di non avere responsabilità
Parlare di un fatto non significa dover avere una posizione su ogni suo aspetto. Significa, prima di tutto, riconoscerne la rilevanza

Dopo gli scontri che hanno attraversato Milano il 17 e 18 ottobre, sui social si è aperta una discussione che riguarda anche chi non era in piazza. Al centro del dibattito c'è il silenzio di alcune influencer e la richiesta, da parte di una fetta di pubblico, che prendano posizione su ciò che sta accadendo.
La questione viene spesso liquidata con un'obiezione apparentemente ragionevole: le influencer non sono giornaliste, non sono politiche e non hanno alcun obbligo di commentare i fatti di attualità. In fondo, chi segue una creator per i suoi contenuti di moda, bellezza o lifestyle non dovrebbe aspettarsi da lei un'analisi della situazione sociale del Paese. Eppure, questo ragionamento trascura un cambiamento fondamentale nel nostro modo di informarci.
Gli influencer sono diventati, a tutti gli effetti, dei media.
Non nel senso tradizionale del termine, naturalmente. Non hanno necessariamente una redazione, una linea editoriale o una formazione giornalistica. Ma hanno qualcosa che, nell'ecosistema contemporaneo dell'informazione, conta moltissimo: un pubblico. Un pubblico spesso vastissimo, fidelizzato e composto da persone che trascorrono sulle piattaforme social una parte significativa del proprio tempo. Persone che seguono quotidianamente le loro vite, ascoltano i loro consigli, acquistano i prodotti che suggeriscono e finiscono inevitabilmente per assorbirne anche valori, linguaggi e visioni del mondo.
Sostenere che tutto questo non comporti alcuna responsabilità sociale significa sottovalutare il potere che questi personaggi esercitano. Per anni abbiamo discusso del ruolo dei mezzi di comunicazione nella formazione dell'opinione pubblica. Abbiamo chiesto ai giornali, alla televisione e alla radio di informare correttamente, dare spazio a questioni di interesse collettivo e contribuire al dibattito democratico.
Oggi, però, una parte sempre più importante di quel potere si è spostata altrove. È possibile che una ragazza di vent'anni non apra mai un quotidiano, non guardi un telegiornale e non ascolti un programma di approfondimento politico. È molto meno probabile che, nella sua giornata, non entri in contatto con i contenuti pubblicati dai creator che segue. Questo significa che gli influencer occupano uno spazio che un tempo era prevalentemente presidiato dai media tradizionali. E se hanno acquisito la capacità di influenzare milioni di persone, non possono continuare a rivendicare la totale assenza di responsabilità che deriverebbe dall'essere semplici utenti dei social network.
C'è una contraddizione evidente nel modo in cui viene interpretata l'influenza digitale. Quando si tratta di stipulare contratti pubblicitari, promuovere prodotti o vendere servizi, la capacità di incidere sulle scelte del pubblico è riconosciuta, valorizzata e monetizzata. È proprio questa capacità a giustificare compensi che possono raggiungere cifre molto elevate. Quando però il discorso si sposta sulle questioni sociali, quella stessa influenza sembra improvvisamente scomparire. Le creator tornano a essere persone comuni, libere di utilizzare il proprio profilo esclusivamente come uno spazio personale. Ma non si può rivendicare il proprio potere di influenza quando produce un ritorno economico e considerarlo irrilevante quando comporta una responsabilità collettiva.
Naturalmente, questo non significa pretendere che ogni influencer si trasformi in un'analista politica o che debba esprimere un'opinione su qualsiasi notizia. La responsabilità di cui parliamo non coincide necessariamente con l'obbligo di schierarsi.
Parlare di un fatto non significa dover avere una posizione su ogni suo aspetto. Significa, prima di tutto, riconoscerne la rilevanza.
Una creator può condividere una notizia verificata, rimandare a un approfondimento, dare spazio a voci competenti o invitare il proprio pubblico a informarsi. Può anche ammettere di non avere gli strumenti necessari per interpretare una situazione complessa. Anzi, proprio il riconoscimento dei propri limiti rappresenterebbe una forma di responsabilità comunicativa. Nel caso di Milano, il dibattito non riguarda soltanto gli episodi di violenza, che meritano di essere raccontati e analizzati senza giustificazioni o semplificazioni. Riguarda anche le condizioni economiche e sociali che hanno portato migliaia di persone a scendere in piazza: il carovita, gli stipendi, la precarietà e la percezione, diffusa soprattutto tra i giovani, di un futuro sempre più difficile da costruire.
Sono questioni che interessano direttamente anche il pubblico delle influencer, spesso composto proprio dalle generazioni maggiormente coinvolte da queste trasformazioni.
Ed è qui che il silenzio assume un significato diverso. Non perché ogni contenuto debba essere politico, né perché sia necessario interrompere qualsiasi attività quotidiana davanti a una notizia drammatica. Ma perché chi dispone di una piattaforma capace di raggiungere centinaia di migliaia di giovani possiede anche la possibilità concreta di portare alla loro attenzione questioni che altrimenti potrebbero non incontrare. Una possibilità che non dovrebbe essere considerata irrilevante.
Esiste, ovviamente, il rischio opposto: quello dell'attivismo performativo, delle prese di posizione pubblicate soltanto per evitare critiche, delle storie Instagram condivise senza aver approfondito realmente una questione. Ma questo rischio non può diventare un argomento per giustificare il totale disinteresse. Dovrebbe piuttosto spingerci a chiedere una comunicazione più consapevole, accurata e responsabile.
Il punto non è chiedere alle influencer di pubblicare una storia per dimostrare di essere brave persone. È chiedere loro di riconoscere il ruolo che occupano nella società. Perché oggi la formazione dell'opinione pubblica non passa soltanto dalle prime pagine dei giornali. Passa attraverso i video che guardiamo mentre facciamo colazione, le storie che scorriamo in metropolitana e i contenuti che gli algoritmi selezionano per noi. E chi contribuisce a occupare quello spazio non è semplicemente un individuo che parla a titolo personale. È anche un attore del sistema della comunicazione.
Il diritto di non esprimere un'opinione rimane intatto. Ma il diritto al silenzio non implica l'immunità dalle critiche.
Possiamo riconoscere la libertà di una creator di non commentare un evento e, allo stesso tempo, ritenere deludente che una persona con un pubblico così vasto scelga di non utilizzare neppure una piccola parte della propria visibilità per contribuire all'informazione collettiva. Non si tratta di imporre una linea politica, ma di ridefinire le aspettative nei confronti di figure che hanno acquisito un'influenza pubblica senza essere necessariamente consapevoli delle responsabilità che ne derivano.
Forse, allora, la vera domanda non è perché alcune influencer non abbiano parlato di Milano. La domanda è perché continuiamo a considerarle semplici intrattenitrici quando, di fatto, esercitano una parte del potere comunicativo che per decenni abbiamo attribuito ai media.
Perché se l'influenza è diventata una professione, e soprattutto una fonte di guadagno, dovrebbe diventare anche una responsabilità. Non possiamo chiedere agli influencer di essere giornalisti. Ma possiamo chiedere loro di prendere sul serio il fatto di essere diventati, per milioni di persone, uno dei principali punti di accesso al mondo.




