Giuseppe Bonito, regista originario di Sala Consilina, arriva alla Mostra di Venezia con “Fame d’aria”, il nuovo film incentrato sul rapporto tra un padre e il proprio figlio. Lo riporta Il Mattino.
Al centro della storia c’è Pietro, protagonista di un viaggio verso la Puglia insieme al figlio Jacopo, ragazzo autistico. Il percorso viene interrotto improvvisamente quando l’auto sulla quale viaggiano si guasta. A prestare loro soccorso è Oliviero, un meccanico della zona. I due vengono poi accolti da Agata, proprietaria di un locale che in passato svolgeva anche la funzione di pensione. Accanto alla donna lavora Gaia, con la quale Pietro sviluppa un rapporto particolarmente intenso.
Nel piccolo centro la vita scorre lentamente, scandita da giornate tutte uguali e dall’attesa di qualcosa che possa rompere quella routine. Ma la ripartenza del viaggio viene impedita dalla scoperta di una realtà drammatica.
Bonito ha debuttato dietro la macchina da presa nel 2012 con “Pulce non c’è”. Nel 2020 ha firmato “Figli”, sceneggiato da Mattia Torre e interpretato da Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi, ottenendo il Nastro d’argento per la migliore commedia. Un anno dopo il regista di Sala Consilina ha diretto “L’Arminuta”, opera che ha conquistato un David di Donatello. Tra il 2022 e il 2024 ha lavorato per Rai 1, dirigendo infine le serie “Brennero”, “Gerri” e “Mike”. Ora è il momento di “Fame d’aria”.
«Ho voluto mantenere intatta la durezza del romanzo, senza attenuarne gli aspetti più crudi. Una vicenda di questo tipo non poteva essere trasformata in qualcosa di rassicurante. Chi guarda deve rimanere senza scorciatoie, proprio come Pietro, affidato all’interpretazione straordinaria di Paolo Pierobon, che è il fulcro dell’intera storia».
Le riprese si sono svolte in Molise, in una zona dell’entroterra segnata dallo spopolamento, dalla carenza di servizi e di forme di assistenza, ma dove restano forti i legami umani. «Durante la lavorazione ho pensato anche al mio Vallo di Diano, come già era accaduto con “L’Arminuta”. Ho cercato di raccontare contemporaneamente la solitudine di una persona e quella di un territorio nel quale, secondo me, sopravvive l’autentica Italia dei sentimenti, della dimensione comunitaria e della solidarietà concreta».
Nel corso della pellicola ricorre spesso una domanda rivolta ai forestieri: “A chi appartenete?”. «È una formula che viene utilizzata anche a Sala Consilina quando ci si trova davanti a qualcuno che non si conosce. Le radici contano molto, anche per me. Nel film emerge il volto di un’Italia periferica, quella di tanti centri piccoli e medi disseminati lungo l’Appennino. Sono luoghi sospesi, impoveriti dalla partenza degli abitanti e trascurati da una società contemporanea che corre e sembra non concedere spazio alla lentezza, ma che conservano bellezza e possibilità di riscatto».
La vicenda mostra il crollo di un padre schiacciato da un’esistenza diventata insostenibile, dai problemi economici e dai debiti, oltre che dall’abbandono da parte di amici, familiari e istituzioni. «Non voglio esprimere una condanna e mi auguro che neppure chi guarda senta il bisogno di giudicare quest’uomo che si trova in una condizione di profonda disperazione».
Il film, realizzato circa un anno fa, arriva alla rassegna veneziana pochi giorni dopo la tragedia che ha coinvolto Bianca e la sua famiglia. «Non possiamo fingere di non vedere – aggiunge Bonito – e nemmeno convincerci che certe situazioni riguardino sempre gli altri. Prima di tutto devono assumersi questa responsabilità le istituzioni».
La narrazione procede attraverso una scoperta graduale. «La storia è costruita secondo un meccanismo di progressivo disvelamento. I protagonisti vengono conosciuti poco alla volta, mentre la tensione emotiva cresce fino a condurre alla drammatica conclusione».
Sul piano della regia, Bonito spiega di aver adottato «un’impostazione molto vicina al teatro, utilizzando però strumenti e codici propri del cinema. Ho sperimentato il particolare equilibrio tra la costruzione dei personaggi durante la preparazione insieme agli interpreti e la scelta di lasciare poi che, sul set, gli avvenimenti prendessero forma in maniera spontanea».
Il regista ha inoltre cercato di evitare rappresentazioni stereotipate dell’autismo. «Ho cercato di allontanarmi da alcuni luoghi comuni presenti in molte opere cinematografiche quando vengono rappresentati personaggi autistici, perché possono restituire una visione distorta e funzionale solo alla storia, senza aiutare realmente il pubblico a capire cosa sia l’autismo. Jacopo, interpretato da un intenso Saverio Santangelo, è un ragazzo autistico “a basso funzionamento” e viene rappresentato nella sua specificità».
Giuseppe Bonito porta a Venezia “Fame d’aria”, il nuovo film sul rapporto tra un padre e il figlio
Giuseppe Bonito, regista originario di Sala Consilina, arriva alla Mostra di Venezia con “Fame d’aria”. La pellicola, realizzata da Clemart in collaborazione con Rai Cinema, nasce dall’adattamento del romanzo omonimo di Daniele Mencarelli, che ne ha curato la sceneggiatura insieme a Monica Zapelli. Il film sarà presentato oggi nella sezione “Confronti, Giornate degli autori”.Al centro della storia c’è Pietro, protagonista di un viaggio verso la Puglia insieme al figlio Jacopo, ragazzo autistico. Il percorso viene interrotto improvvisamente quando l’auto sulla quale viaggiano si guasta. A prestare loro soccorso è Oliviero, un meccanico della zona. I due vengono poi accolti da Agata, proprietaria di un locale che in passato svolgeva anche la funzione di pensione. Accanto alla donna lavora Gaia, con la quale Pietro sviluppa un rapporto particolarmente intenso.
Nel piccolo centro la vita scorre lentamente, scandita da giornate tutte uguali e dall’attesa di qualcosa che possa rompere quella routine. Ma la ripartenza del viaggio viene impedita dalla scoperta di una realtà drammatica.
Il film
«È una vicenda che affronta il tema dell’essere genitori attraverso lo sguardo di un padre – racconta Bonito – e l’ho realizzata poco dopo aver intrapreso anch’io il mio straordinario cammino nella paternità. È una storia fatta di solitudine, ma anche di solitudini che riescono a incontrarsi. Il messaggio è che dovremmo imparare a essere un arcipelago, invece di rimanere isole separate e destinate a smarrirsi».Bonito ha debuttato dietro la macchina da presa nel 2012 con “Pulce non c’è”. Nel 2020 ha firmato “Figli”, sceneggiato da Mattia Torre e interpretato da Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi, ottenendo il Nastro d’argento per la migliore commedia. Un anno dopo il regista di Sala Consilina ha diretto “L’Arminuta”, opera che ha conquistato un David di Donatello. Tra il 2022 e il 2024 ha lavorato per Rai 1, dirigendo infine le serie “Brennero”, “Gerri” e “Mike”. Ora è il momento di “Fame d’aria”.
«Ho voluto mantenere intatta la durezza del romanzo, senza attenuarne gli aspetti più crudi. Una vicenda di questo tipo non poteva essere trasformata in qualcosa di rassicurante. Chi guarda deve rimanere senza scorciatoie, proprio come Pietro, affidato all’interpretazione straordinaria di Paolo Pierobon, che è il fulcro dell’intera storia».
Le riprese si sono svolte in Molise, in una zona dell’entroterra segnata dallo spopolamento, dalla carenza di servizi e di forme di assistenza, ma dove restano forti i legami umani. «Durante la lavorazione ho pensato anche al mio Vallo di Diano, come già era accaduto con “L’Arminuta”. Ho cercato di raccontare contemporaneamente la solitudine di una persona e quella di un territorio nel quale, secondo me, sopravvive l’autentica Italia dei sentimenti, della dimensione comunitaria e della solidarietà concreta».
Nel corso della pellicola ricorre spesso una domanda rivolta ai forestieri: “A chi appartenete?”. «È una formula che viene utilizzata anche a Sala Consilina quando ci si trova davanti a qualcuno che non si conosce. Le radici contano molto, anche per me. Nel film emerge il volto di un’Italia periferica, quella di tanti centri piccoli e medi disseminati lungo l’Appennino. Sono luoghi sospesi, impoveriti dalla partenza degli abitanti e trascurati da una società contemporanea che corre e sembra non concedere spazio alla lentezza, ma che conservano bellezza e possibilità di riscatto».
La vicenda mostra il crollo di un padre schiacciato da un’esistenza diventata insostenibile, dai problemi economici e dai debiti, oltre che dall’abbandono da parte di amici, familiari e istituzioni. «Non voglio esprimere una condanna e mi auguro che neppure chi guarda senta il bisogno di giudicare quest’uomo che si trova in una condizione di profonda disperazione».
Il film, realizzato circa un anno fa, arriva alla rassegna veneziana pochi giorni dopo la tragedia che ha coinvolto Bianca e la sua famiglia. «Non possiamo fingere di non vedere – aggiunge Bonito – e nemmeno convincerci che certe situazioni riguardino sempre gli altri. Prima di tutto devono assumersi questa responsabilità le istituzioni».
La narrazione procede attraverso una scoperta graduale. «La storia è costruita secondo un meccanismo di progressivo disvelamento. I protagonisti vengono conosciuti poco alla volta, mentre la tensione emotiva cresce fino a condurre alla drammatica conclusione».
Sul piano della regia, Bonito spiega di aver adottato «un’impostazione molto vicina al teatro, utilizzando però strumenti e codici propri del cinema. Ho sperimentato il particolare equilibrio tra la costruzione dei personaggi durante la preparazione insieme agli interpreti e la scelta di lasciare poi che, sul set, gli avvenimenti prendessero forma in maniera spontanea».
Il regista ha inoltre cercato di evitare rappresentazioni stereotipate dell’autismo. «Ho cercato di allontanarmi da alcuni luoghi comuni presenti in molte opere cinematografiche quando vengono rappresentati personaggi autistici, perché possono restituire una visione distorta e funzionale solo alla storia, senza aiutare realmente il pubblico a capire cosa sia l’autismo. Jacopo, interpretato da un intenso Saverio Santangelo, è un ragazzo autistico “a basso funzionamento” e viene rappresentato nella sua specificità».

