La Germania accusa le gelaterie dell'Italia dove i lavoratori vengono trattati come schiavi. Il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung denuncia turni fino a 80 ore settimanali e assenza di riposo. Dalle Dolomiti la replica: «Non facciamo di tutta l’erba un fascio».
È il quadro delineato dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, che ha raccolto diverse testimonianze sulle condizioni di lavoro in alcune gelaterie italiane presenti in Germania. Le accuse di sfruttamento hanno riacceso il dibattito anche nelle Dolomiti, territorio storicamente legato all'emigrazione dei gelatieri italiani verso la Germania.
Il giornale di Monaco ha dedicato alla vicenda un ampio reportage, accompagnato da una copertina volutamente provocatoria: una giovane con un vestito a righe, simile a quello dei detenuti, mentre serve una coppa di gelato. A fianco compare la frase: «In Germania veniamo trattati come schiavi».
L'inchiesta, firmata da Stéphanie Mercier, racconta soprattutto le esperienze di lavoratori italo-brasiliani che ogni anno raggiungono la Germania per lavorare nelle Eisdielen, le gelaterie legate alla tradizione italiana. Molti di loro arrivano da Urussanga, nello Stato brasiliano di Santa Catarina, località fondata da emigrati italiani e gemellata con Longarone. Si tratta spesso di discendenti di italiani che, grazie al passaporto italiano, possono lavorare nell'Unione europea.
Il fenomeno avrebbe ormai dimensioni rilevanti: secondo quanto riportato dalla testata tedesca, una sola agenzia della zona stima la vendita di 3-4 mila biglietti aerei ogni anno destinati alla Germania. Il comparto della gelateria occupa nel Paese circa 41 mila lavoratori e, sulla base dei dati dell'Agenzia federale per il lavoro citati nell'inchiesta, gli italiani rappresentano la componente straniera più numerosa, con 6.676 addetti. Uniteis, l'associazione che riunisce i gelatieri italiani in Germania, conta invece circa mille iscritti per 2.200 attività.
È proprio il riferimento agli «italiani» ad aver suscitato la reazione nei territori delle Dolomiti. La tradizione della gelateria italiana in Germania affonda infatti le proprie radici nella storia migratoria di Val di Zoldo, Longarone e Cadore, da dove partirono numerose famiglie ben prima del boom economico e soprattutto nel secondo dopoguerra.
Secondo una stima pubblicata da Die Zeit, circa tre gelatieri italiani su quattro presenti in Germania arriverebbero dalla provincia di Belluno. Il sindaco di Val di Zoldo, Camillo De Pellegrin, anch’egli figlio di gelatieri emigrati in Germania, definisce la vicenda «un attacco violentissimo». Pur riconoscendo la possibilità che possano verificarsi situazioni irregolari, il primo cittadino invita però a non estendere le accuse a tutta la categoria: «Non si può generalizzare».
Dello stesso avviso il sindaco di Longarone, Roberto Padrin, secondo cui non è corretto «fare di tutta l'erba un fascio». Il primo cittadino rivendica la storia di tante famiglie che, attraverso «sacrificio, passione e impegno», hanno contribuito a portare la tradizione del gelato artigianale italiano fuori dai confini nazionali.
Oscar De Bona, presidente dell'Associazione Bellunesi nel Mondo, parla invece della possibile presenza di «mele marce» isolate: qualora siano stati commessi abusi, sostiene, bisogna individuare «nome, cognome e l'esercizio specifico».
Nel frattempo, Uniteis ha avviato le proprie iniziative coinvolgendo i legali dell'associazione e l'ambasciata italiana a Berlino.
La Germania contro l'Italia, accuse rivolte alle gelaterie: "I lavoratori vengono trattati come schiavi"
Dodici, in alcuni casi anche quattordici ore di lavoro quotidiano dietro il bancone, fino a raggiungere le 80 ore settimanali, con una retribuzione che si aggirerebbe sui 1.800 euro. Il riposo sarebbe limitato a una sola giornata ogni sette, quando previsto. A questo si aggiungerebbero contratti a chiamata utilizzati per coprire rapporti di lavoro a tempo pieno, pagamenti non dichiarati e persino presunte «liste nere» condivise su WhatsApp con i nominativi dei dipendenti che hanno avviato cause legali.È il quadro delineato dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, che ha raccolto diverse testimonianze sulle condizioni di lavoro in alcune gelaterie italiane presenti in Germania. Le accuse di sfruttamento hanno riacceso il dibattito anche nelle Dolomiti, territorio storicamente legato all'emigrazione dei gelatieri italiani verso la Germania.
Il giornale di Monaco ha dedicato alla vicenda un ampio reportage, accompagnato da una copertina volutamente provocatoria: una giovane con un vestito a righe, simile a quello dei detenuti, mentre serve una coppa di gelato. A fianco compare la frase: «In Germania veniamo trattati come schiavi».
L'inchiesta, firmata da Stéphanie Mercier, racconta soprattutto le esperienze di lavoratori italo-brasiliani che ogni anno raggiungono la Germania per lavorare nelle Eisdielen, le gelaterie legate alla tradizione italiana. Molti di loro arrivano da Urussanga, nello Stato brasiliano di Santa Catarina, località fondata da emigrati italiani e gemellata con Longarone. Si tratta spesso di discendenti di italiani che, grazie al passaporto italiano, possono lavorare nell'Unione europea.
Il fenomeno avrebbe ormai dimensioni rilevanti: secondo quanto riportato dalla testata tedesca, una sola agenzia della zona stima la vendita di 3-4 mila biglietti aerei ogni anno destinati alla Germania. Il comparto della gelateria occupa nel Paese circa 41 mila lavoratori e, sulla base dei dati dell'Agenzia federale per il lavoro citati nell'inchiesta, gli italiani rappresentano la componente straniera più numerosa, con 6.676 addetti. Uniteis, l'associazione che riunisce i gelatieri italiani in Germania, conta invece circa mille iscritti per 2.200 attività.
È proprio il riferimento agli «italiani» ad aver suscitato la reazione nei territori delle Dolomiti. La tradizione della gelateria italiana in Germania affonda infatti le proprie radici nella storia migratoria di Val di Zoldo, Longarone e Cadore, da dove partirono numerose famiglie ben prima del boom economico e soprattutto nel secondo dopoguerra.
Secondo una stima pubblicata da Die Zeit, circa tre gelatieri italiani su quattro presenti in Germania arriverebbero dalla provincia di Belluno. Il sindaco di Val di Zoldo, Camillo De Pellegrin, anch’egli figlio di gelatieri emigrati in Germania, definisce la vicenda «un attacco violentissimo». Pur riconoscendo la possibilità che possano verificarsi situazioni irregolari, il primo cittadino invita però a non estendere le accuse a tutta la categoria: «Non si può generalizzare».
Dello stesso avviso il sindaco di Longarone, Roberto Padrin, secondo cui non è corretto «fare di tutta l'erba un fascio». Il primo cittadino rivendica la storia di tante famiglie che, attraverso «sacrificio, passione e impegno», hanno contribuito a portare la tradizione del gelato artigianale italiano fuori dai confini nazionali.
Oscar De Bona, presidente dell'Associazione Bellunesi nel Mondo, parla invece della possibile presenza di «mele marce» isolate: qualora siano stati commessi abusi, sostiene, bisogna individuare «nome, cognome e l'esercizio specifico».
Nel frattempo, Uniteis ha avviato le proprie iniziative coinvolgendo i legali dell'associazione e l'ambasciata italiana a Berlino.

