La giunta di Capaccio Paestum ha deciso di non deporre le armi nella complessa vicenda legata alla realizzazione dell'impianto agricolo per il trattamento dei reflui zootecnici in località Tempa di Lepre. Con una delibera ufficiale, l'amministrazione ha autorizzato il ricorso al Consiglio di Stato per ribaltare la recente sentenza del Tar di Salerno, che aveva dato ragione alla società Bioenergy Capaccio, annullando il blocco dei lavori precedentemente imposto dall'Ente.
Il braccio di ferro amministrativo si era infiammato a febbraio, quando il Tar aveva censurato l'operato del Comune, rilevando vizi di forma e carenze istruttorie nel provvedimento di archiviazione della pratica. Secondo i giudici di primo grado, l'Ente non avrebbe tenuto in debita considerazione le memorie difensive della società e non avrebbe approfondito se le specifiche tecnologie dell'impianto – che non prevedono combustione esterna – potessero beneficiare di deroghe rispetto ai rigidi parametri del regolamento urbanistico comunale. Ora spetterà ai giudici romani emettere il verdetto definitivo su un'opera che continua a dividere il territorio tra esigenze produttive e tutela ambientale.
Biometano a Capaccio Paestum, la battaglia continua
La decisione di procedere con il secondo grado di giudizio nasce dalla convinzione che la pronuncia dei giudici salernitani contenga criticità tali da meritare un ulteriore esame a Palazzo Spada. Per sostenere questa nuova fase della battaglia legale, il Comune ha confermato l'incarico agli avvocati Sergio Perongini e Brunella Merola, puntando sulla continuità difensiva per far valere le ragioni dell'amministrazione contro la Procedura Abilitativa Semplificata (PAS) presentata dall'azienda.Il braccio di ferro amministrativo si era infiammato a febbraio, quando il Tar aveva censurato l'operato del Comune, rilevando vizi di forma e carenze istruttorie nel provvedimento di archiviazione della pratica. Secondo i giudici di primo grado, l'Ente non avrebbe tenuto in debita considerazione le memorie difensive della società e non avrebbe approfondito se le specifiche tecnologie dell'impianto – che non prevedono combustione esterna – potessero beneficiare di deroghe rispetto ai rigidi parametri del regolamento urbanistico comunale. Ora spetterà ai giudici romani emettere il verdetto definitivo su un'opera che continua a dividere il territorio tra esigenze produttive e tutela ambientale.

