“Storie Sociali e Private di un Essere Superiore”: il nuovo album del Signor D

Dallo Skate Park al nuovo album: il Signor D si racconta. L'intervista e le foto.

Crisi economica, disoccupazione, famiglie sul lastrico, giovani privati dei loro sogni.

Questo è lo sfondo su cui si muove lenta e moribonda l’Italia intera.

Questi i temi fondamentali del nuovo album del Signor D: “Storie Sociali e Private di un Essere Superiore“.

Il Signor D[Best_Wordpress_Gallery id=”140″ gal_title=”Signor D”]

 

 

 

Il Signor D, nome d’arte di Dario De Rosa, è un rapper e beatmaker salernitano.

Nato e cresciuto a Battipaglia, muove i primi passi nel rap a 16 anni, per gioco.

Da quel momento comincia il percorso nell’hip hop: un percorso che segue la crescita e l’evoluzione del Signor D.

Ma quando non scrive i suoi testi e non compone le sue basi, è Dario: praticante avvocato.

Conosciamolo meglio.

Come nasce la tua passione per il rap?

«Come semplice ascoltatore. Diciamo che è sempre stata la mia musica preferita, come vero esecutore nasce a 16 anni, seguendo mio fratello. Lui era già attivo nel mondo del rap come produttore e organizzatore di eventi.
Sui suoi beat scrivevo le mie canzoni. Ma era tutto un gioco per me.
Mi esibivo nei locali di Battipaglia. Lì ho conosciuto tante persone con la mia stessa passione e, man mano che crescevo, capivo che quella era la passione.
Quello, il mio stile di vita».

Quali sono stati i tuoi primi passi?

«Il mio primo a.k.a. (Also Know As) era Massimale. Ascoltavo il rap de I 13 Bastardi e de La Famiglia, cercando di imitare il loro stile. All’epoca ero un semplice imitatore.
Ma i miei testi erano un gioco di rime; ero scurrile e più interessato a raccontare le mie “ragazzate”.
Il primo cambiamento è arrivato con “Idee”, l’album che ho registrato nel 2009 dove volevo far conoscere la mia identità di rapper e ragazzo comune. Far sapere che anche io avevo qualcosa di sensato da dire. Che anche io avevo delle “idee”».

Qual è il tuo stile?

«Il mio è un rap conscious, di concetto. Parlo di tematiche che mi sono a cuore, su cui scrivo le canzoni per far arrivare un messaggio.
Voglio arrivare alle persone, far sì che si riconoscano in ciò che canto; voglio confrontarmi con loro su tematiche sociali».

Quando arriva il Signor D?

«Tanto tempo dopo. L’evoluzione è cominciata quando ero uno studente.
Nel mio percorso educativo ho conosciuto dei professori in gamba che mi hanno aperto la mente su tematiche politiche e sociali.
Ho cominciato a riflettere e a sentire l’esigenza di esprimere la mia opinione e di condividerla con altri, sapendo che non ero l’unico a vedere come vanno davvero le cose intorno.
Da allora, il mio stile è cambiato. L’ho affinato perché ho cominciato a trattare tematiche importanti, quindi, essere più “signorile”. Da qui, nasce il Signor D».

Quali esponenti del rap hanno avuto influenza su di te?

«Faccio fatica a trovare rapper italiani che hanno influenzato il mio stile, anche se, per me un idolo indiscusso resta Callister dei 13 Bastardi prima, e dei Fluxer poi.
Potrei dire che per le tematiche mi rivedo molto in Caparezza e Dargen D’Amico.
Mentre, i produttori americani che hanno avuto una forte influenza su di me sono Kanye WestPharrell Williams e gli Outkast.
Parlo sempre di produzione e non di lyrics o flow. In quello ho sempre cercato di creare un mio stile».

Tu sei un avvocato, praticante abilitato per l’esattezza. Non è un’associazione ordinaria quella del rapper che, nello stesso tempo, è un rappresentante istituzionale. Il luogo comune vede il rapper con una storia difficile alle spalle e in lotta contro le istituzioni.

«Me lo chiedono in molti. Per me, essere avvocato e, nel contempo, essere un rapper, sono due cose che dovrebbero camminare insieme. Perché hanno in comune la lotta per la giustizia. In senso stretto e in un senso più generale.
Il luogo comune è americano. Il rap nasce nel Bronx, nelle comunità afroamericane, schiacciate dalle forze dell’ordine (ad esempio, le donne di colore venivano stuprate dagli stessi poliziotti).
Nasce come un grido di ribellione per gli afroamericani, contro le autorità».

Il rap diventa un canale di comunicazione per la giustizia. Magari anche più forte perché dall’altra parte c’è un avvocato?

«Per me sì, oggi per il mio stile il rap e questo è diventato il mio mezzo per potermi sfogare delle ingiustizie che ho subito, che subisco e di quelle di cui sento parlare.
Inoltre, per mandare un messaggio e poter aprire gli occhi anche agli altri.
Con il tempo, ho capito che l’avvocato è un semplice mandante (non molto interessato) che rappresenta una persona che vuol ribellarsi ad un’ingiustizia».

Il nuovo album[Best_Wordpress_Gallery id=”142″ gal_title=”Storie Sociali e Private di un Essere Superiore orig.”]

 

 

 

Parlaci del nuovo album. Il titolo è molto “imponente”.

«Il titolo dell’album è “Storie Sociali e Private di un Essere Superiore“. Un album di 13 brani, di cui uno è un intermezzo strumentale e un altro è un brano recitato.
È stato registrato in due anni e mezzo. Il mixing e il mastering è stato curato da Fabio Masta, produttore di Rocco Hunt.
Il titolo nasconde un acronimo. Storie S.P.E.S.: storie di speranza».

Come si sviluppa?

«Storie private e sociali, perché si divide in due parti.
C’è il lato sociale, quello delle difficoltà che ho avuto nei miei primi passi come giovane laureato in cerca di lavoro. Dopo aver pagato tutto il necessario allo Stato, e dopo la proclamazione, ho capito di essere solo.
Difficoltà come rapper: in una città piccola come Battipaglia, avere un sogno equivale, spesso, all’essere preso poco sul serio.
Poi, quello privato che racconta il mio lato più intimo. Un lato che non volevo uscisse fuori: il ritorno all’innamoramento.
Il titolo di una delle mie canzoni è “L’impossibile”, perché credevo che, per me, tornare ad amare fosse impossibile.
È un pezzo allegro, perché l’amore deve essere qualcosa di gioioso».

Questo vale anche per te?

«In questi brani voglio far capire che, nonostante le delusioni, bisogna tornare a credere nell’amore. L’amore ritorna e quando lo fa ti rende felice.
A me è successo. O, almeno, spero di esserci riuscito».

Sei tu l’Essere Superiore?

«L’Essere Superiore non sono io. L’Essere Superiore è l’italiano.
Oggi l’italiano è entrato nella mentalità del sacrificio. Deve lavorare e umiliarsi per arrivare a fine mese.
Questo non è giusto. L’italiano si è sempre distinto per intelligenza e inventiva. Ha messo a tacere l’Essere Superiore che ha dentro».

Quindi, con questo album vuoi ridare voce all’Essere Superiore che c’è in ognuno di noi?

«Il mio album è un urlo alla rivoluzione. Io mi rivolgo soprattutto ai giovani. Molti si accontentano di stage o di lavori poco retribuiti, ma solo perché in alternativa non c’è niente.
Forse, se nessuno accettasse queste condizioni lavorative, i datori potrebbero rendersi conto che da soli non è possibile lavorare e che il lavoro altrui vale.
Voglio far capire che non dobbiamo arrenderci al Sistema ed esserne schiavi».

Ma anche fare una rivoluzione per se stessi, nel proprio piccolo?

«All’inizio si è soli o in pochi. Ma credo che, pian piano, ci si possa unire tutti per realizzare qualcosa di grande, insieme.
Bisogna risvegliare il proprio orgoglio».

Cosa è cambiato dai primi album a “Storie privati e sociali di un Essere Superiore”?

«Prima di tutto, questo album e stato concepito e prodotto in modo professionale rispetto ai precedenti.
Poi, ho fatto una cosa nuova per il mondo del rap: ho inserito l’orchestra.
Seguendo la mia fidanzata, che è ballerina, mi sono innamorato della musica classica.
In pratica, parlando strettamente di produzione, le mie basi strumentali partono in modo classico: cassa rullante e sample; poi, il tutto viene completato con melodie orchestrali. Direi, una cosa davvero interessante.
ll titolo del mio primissimo album era “Big M”. L’ho registrato quando ero Massimale, per divertirmi.
Però, mi ha inserito nei canali giusti. Ho, infatti, aperto esibizioni di Clementino, Patto, Panico, La Famiglia, I 13 Bastardi, e altri.
Grazie agli eventi organizzati da mio fratello.
Idee” nel 2009, è stato il mio primo cambiamento. Anche perché è stata la mia prima produzione. Cominciai a creare le mie basi da solo.
Poi, nel 2012 ho finito “A me basta un play“. L’ho registrato negli anni universitari. Il mio unico svago era scrivere e creare le mie basi.
A me basta un play perché mi bastava premere quel tasto per sentirmi bene».

Il più significativo?

«”A me basta un play“. È un album a cui tengo molto. È l’album della svolta nel mio modo di fare rap.
Se non l’ho spinto come ho fatto con l’ultimo è solo perché perché, all’epoca, non avevo le disponibilità economiche per farlo.
Qualora riuscissi a sfondare nel mondo della musica, voglio assolutamente riprodurlo.
Ma lo farei anche se faccio carriera solo nell’avvocatura. È un album che, secondo me, vale. Mi ha portato grosse soddisfazioni: al suo interno ci sono dei pezzi forti che mi hanno dato la possibilità di aprire i concerti di Marracash, Rocco Hunt, Tormento, Primo, Ghemon, Rayden».

Qual è, fra queste, l’esperienza  che ti ha segnato di più?

«Il concerto di Marracash. C’erano circa 10mila persone. Dopo quella forte emozione, ho capito che dovevo fare sul serio.
In più, dopo quella serata la mia pagina Facebook raccolse molti “Mi Piace“. Questo mi ha dato un’ulteriore spinta ad andare avanti».

Si parla anche di un video in uscita.

«Sì. È il mio primo video. Sarà il trampolino di lancio per l’album.
Il brano scelto è “Devo andare via”. È il brano che mi rappresenta di più.
Devo andare via, ma non dal mio Paese.
Devo andare via da quello che ho scelto di rappresentare.
Con gli anni, ho scoperto che essere un avvocato è molto lontano da quello in cui credevo.
Devo andare via da questi ambiti e questi abiti. Mi sento sporco».

Collaborazioni?

«Ho deciso di collaborare con ragazzi che, come me, cercano di affermarsi.
Ho preferito loro piuttosto che un nome già noto nel campo.
Sono cantanti e rapper: Gaetano Del Gaiso, Martina Piano ed Adelaide Annunziata.
Sono ragazzi talentuosi che hanno bisogno di chance. Io, nel mio piccolo, voglio dare loro un’opportunità».

Quando uscirà il tuo album?

«Entro i primi di giugno. Sto valutando alcune etichette e la possibilità di entrare nelle scuderia di una casa discografica».

Progetti futuri?

«Al momento, spero che questo album mi apra la strada a livello nazionale. Ma adesso penso al presente. Faccio un passo alla volta.
Il mio sogno è quello di poter crescere sempre di più in ambito musicale: apprendere cose nuove; studiare tanto, ancora; poter realizzare progetti sempre più innovativi».

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