Nocera Inferiore. Una morte in ospedale, due processi e tanti dubbi: la storia di Giuseppe Angrisani

La storia di Giuseppe Angrisani di Nocera Inferiore. Undici anni, una morte in ospedale, due processi e tanti dubbi: la ricostruzione

NOCERA INFERIORE. Undici anni, una morte in ospedale, due processi e tanti dubbi: la storia di Giuseppe Angrisani

Undici anni non sono bastati. Un periodo tutt’altro che breve, ma che avrebbe dovuto chiarire modalità e ragioni sul decesso di Giuseppe Angrisani, 51enne di Nocera Inferiore.

Ma non è stato così, nonostante la celebrazione passata e attuale di due procedimenti in tribunale. Uno, quello sul fronte penale, concluso solo qualche settimana fa in primo grado. E il secondo, quello dinanzi al tribunale civile, mai iniziato e improntato – dietro richiesta della famiglia – a chiedere un risarcimento all’Asl per quanto accaduto al proprio caro.

La battaglia, in questo senso, la conduce da tempo la figlia, Sonia, decisa ad arrivare fino in fondo, nonostante una sentenza di assoluzione e prescrizione che ha – per il momento – escluso responsabilità per almeno due medici accusati di aver falsificato una cartella clinica.

Quella del papà. “Non è ancora finita – ci dice – mio padre è andato via da grande uomo, ma io non mi fermo”. I contorni della storia risalgono al 2006, il 15 settembre, quando Giuseppe viene ricoverato a Pneumologia. Ha un tumore. All’Umberto I viene operato due volte, il 21 e poi il 25. Il primo sarà un intervento di laringectomia. Al termine del secondo, fu dimesso. Ma nella stessa giornata ritornò in pronto soccorso. Dopo solo un’ora, riuscendo solo ad entrare in casa, prima di essere sopraffatto dal dolore. E fu allora che esalò l’ultimo respiro. Il tempo trascorso dal paziente in ospedale fu all’incirca di due mesi. La denuncia della famiglia non fu presentata subito. Ad indagare fu la polizia, coordinata dal sostituto procuratore Sabrina Serrelli, che ascoltò un medico del reparto di otorinolarigoiatria.

Il processo penale e la cartella “falsata”

Quel chirurgo, presentatosi spontaneamente, aprì uno squarcio su alcuni presunti comportamenti vessatori ai quali sarebbe stato sottoposto dal primario di reparto. Imposizione di turni, sovvraccarico di lavoro, ordini di allontanamento e terapie scelte ma non condivise per curare alcuni pazienti. Agli inquirenti aggiunse poi un’inquietante valutazione: e cioè che spesso quelle terapie avevano anche generato il decesso dei pazienti. Tra questi c’era anche Giuseppe Angrisani.

A quel punto la Procura iscrisse nel registro degli indagati tre persone, tra cui il primario, accusati di falso in cartella clinica e di violenza privata nei confronti di un collega. Lo stesso che si era presentato spontaneamente alla Procura. Il processo che ne è scaturito si è concluso in primo grado, qualche settimana fa.

Due medici – secondo l’impianto accusatorio – compilarono una falsa cartella clinica per evitare responsabilità sul decesso di Giuseppe Angrisani, morto dopo le dimissioni dall’ospedale.

I due avrebbero rimosso i fogli relativi al diario clinico dei giorni 27,28,29 e 30 ottobre 2006, sostituendoli con un altro dove non risultava la richiesta di esami ematochimici e di consulenza internistica disposta dal dirigente di reparto.

La “gola profonda” che poi risulta essere anche parte offesa nel processo. Proprio lui sarebbe stato costretto ad annotare – secondo il teorema del pm – in corrispondenza della data del 28 ottobre 2006 l’esito negativo per l’esame, con la dicitura “Controllo clinico regolare”.

Il collegio ha però assolto entrambi i medici dall’accusa di falso, poichè “il fatto non sussiste”. Ha rimandato alla Procura gli atti relativi al terzo medico per un errore tecnico. E ha, infine, disposto la prescrizione per l’accusa di violenza privata. Per comprenderne i motivi toccherà aspettare il deposito della sentenza e leggerne le motivazioni. I giudici hanno però disposto una nuova indagine, sempre per violenza privata, legata a dichiarazioni che quel dirigente, C., riferì in dibattimento su nuovi episodi di natura “vessatoria” nei suoi riguardi. Si vedrà

Il processo civile e la consulenza

Il processo civile non è invece ancora partito. Qualche mese fa la prima udienza era slittata a nuova data. Cuore del dibattimento è una richiesta di risarcimento chiesta dalla famiglia di Giuseppe all’Asl di Salerno. A supporto di ciò, vi è una perizia del consulente di parte, Carlo De Rosa, che parla di gravi responsabilità sul trattamento medico del 50enne. “La versione disponibile della cartella clinica presenta una realtà limitata e distorta – si legge – e la ricostruzione dei fatti non può non giovarsi delle testimonianze rese, in più riprese, dal dottore C. Dalle evidenze emerse si rivela che, nonostante le condizioni dell’Angrisani, quanto meno a far data dal 27 ottobre 2006, fossero certamente gravi e preoccupanti, i sanitari di reparto ritennero di dimettere il paziente, esponendolo, così, ad un ulteriore e definitivo peggioramento che, si badi bene, nella stessa giornata della dimissione, lo portò al decesso”.

La patologia di base dell’uomo era di natura neoplastica. Tra le circostanze mosse dal perito di parte, quella che i medici che operarono Angrisani “furono certamente manchevoli nell’assistenza e censurabili nella decisione di dimetterlo, tanto da condeterminarne, unitamente alla patologia di base, il decesso”. Tra i due processi ci sono elementi che si uniscono, quelli relativi alla cartella clinica. Le motivazioni dei giudici diranno certamente di più, rispetto a quanto ipotizzato.


Fonte: Salernotoday

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *