Intervista a Mario Venuti / Esclusiva de L’Occhio

Mario Venuti parla del suo nuovo lavoro "Il declino dell'Occidente" e si racconta all'Occhio di Salerno

SALERNO. Mario Venuti ha aperto alla grande la stagione invernale al Modo.

L’artista è in tour con il suo nuovo capolavoro “Il tramonto dell’Occidente”, un album che parla della crisi in cui è immersa la società attuale che però racchiude in sé un messaggio di speranze, uno spiraglio a nuove possibilità, una rinascita (per l’appunto il brano che apre il disco è proprio “il tramonto” , attuale singolo in promozione, e si conclude con il brano “l’alba” n.d.r.). Lo spettacolo si è, quindi, incentrato sul nuovo album, ma non sono mancati quelli che potremmo definire i classici della discografia del cantautore con cui ha scaldato e coinvolto il folto pubblico accorso appositamente per l’occasione. La scaletta è stata scelta sapientemente sia per attinenze musicali che per le tematiche affrontate. La nuova formazione composta da Luca Galeano alla chitarra, Donato Emma alla batteria, Antonio Moscato al basso, Filippo Alessi alle percussioni e Pierpaolo Latina alle tastiere e ai cori, sostiene elegantemente ed energicamente il cantautore nelle sue performances.


Lo abbiamo incontrato appena finite le prove del suo spettacolo per una piacevolissima chiacchierata.

Quest’anno festeggi quello che potrebbe essere definito un “doppio compleanno”, poiché sono trascorsi 30’anni dal disco di esordio dei Denovo e 20 dal tuo primo disco da solista. In cosa è cambiata la tua musica nel corso di questi anni?

E’ cambiata tantissimo però al tempo stesso credo che ci sia una coerenza…tutto un filo collegato, c’è stato sì qualche deviazione più o meno brusca, ma sempre nel solco di uno stile che mi sono costruito e consolidato nel corso del tempo. Devo dire, quindi, che dalla primissima canzone che ho scritto “Niente insetti su Wilma” che ho scritto quando avevo diciott’anni alle ultime potrebbero convivere anche in uno stesso concerto. Ad esempio in questo di stasera ci sarà “Persuasione” che è una canzone dei Denovo del 1987, riveduta e corretta negli arrangiamenti, e sono canzoni che già avevano un suo stile ben definito… ed è tutto un discorso unico che è iniziato all’ora e prosegue!

Nato a Siracusa, vissuto a Messina, poi a Palermo, ma da sempre la tua città per antonomasia è Catania, fra l’altro terra natia di tanti altri artisti, in cosa si manifesta maggiormente la tua “sicilianità” nella musica? Come le tue radici la influenzano?

Messina soltanto per un periodo, perché ho le origini paterne e quindi ho sistemato le mie cose lì e ci passavo più spesso… però Catania è la città dove ho passato la maggior parte del tempo ed ho fatto le cose più importanti. Palermo l’ho frequentata molto nei primi anni ’90 perché suonavo lì con dei musicisti ed avevo degli amici molto cari. Sicuramente tutto ciò rientra anche se ho sempre cercato di fuggire dalle cartoline folkloriche, però ogni tanto qualche bozzetto siciliano l’ho fatto nel tempo “ ‘Nfinu c’agghionna” nel 1994 (tratta dal disco “Un po’ di febbre” n.d.r.), adesso c’è “Passau a cannalora”. Sono delle canzoni che ci restituiscono delle identificazioni geografiche nette con i luoghi in cui vivo e sono cresciuto.

Dopo aver frequentato l’Istituto d’arte ed aver preso dimestichezza con pianoforte, chitarra, sassofono e flauto traverso, dopo aver preso parte a dei film in veste di colonna sonora, ma soprattutto dopo esser stato protagonista di musical (ricordiamo “Datemi tre caravelle” nel 2005 e un “fetish” Pilato in “Jesus Christ Super Star” nel 2010 n.d.r.) …la domanda che sorge spontanea è cos’è per te l’arte? Quali sono, qualora ci fossero, i confini entro cui senti di poter trovare un rifugio sicuro?

Faccio tante cose, ma nessuna bene (ride n.d.r.).  Tutti questi strumenti che hai elencato oramai sono un po’ un ricordo lontano…Come sassofonista e flautista avevo ambizioni jazzistiche quando avevo fra i quattordici e i vent’anni ed ero stato preso sotto l’ala protettrice di alcuni musicisti più grandi di me, jazzisti che mi portavano alle jam sassion. Avevo un certo talento e predisposizione, mettendomi anche a studiare ovviamente, e potevo diventare un jazzista, ma in realtà è una strada che non mi interessava. La mia passione sono sempre state le canzoni, il pop, il rock e allora sono tornato nella mia direzione. Il sassofono poi lo utilizzato un pochettino con i Denovo con degli stilemi jazzistici, però innestati in una forma che era più rock, new wave ecc. Le esperienze come attore non me le sono cercate, mi sono arrivate ed io mi sono fatto tentare dall’esperimento e mi sono anche divertito. Un musicista, comunque, su un palco non dico che recita, ma un tono se lo dà, quindi, da lì a recitare e mettersi un costume di scena il passo è breve. Alcuni riescono bene, altri meno… io mi sono divertito a farlo “Jesus Christ Superstar” è un super classico, le canzoni sono molto belle, sono abbastanza difficili vocalmente e quindi è stata una bella sfida. In “Datemi tre caravelle” dovevo anche recitare, era un musical misto e lì un coach mi ha impostato, anche se ogni tanto il mio siciliano veniva fuori…Era un Fernando d’Aragona di origine sicule.

Spesso nelle tue canzoni si parla d’amore, in tutte le sue forme, possiamo dire che esistono delle parole cardini da associare al suddetto tema, quali: amore universale (“Amanti di domani”), amore di rivendicazione (“Adesso con chi stai?”), amore masochista (“Crudele”), amore paterno (la virtù dei limoni) …un tema abbondantemente trattato tanto da dare addirittura il titolo ad uno dei tuoi ultimi album: “L’ultimo romantico” … ma che cos’è per te l’amore?

E’ normale che le canzoni parlino d’amore, è un tema che si sposa perfettamente con le canzoni. Amore anche idealizzato, è un luogo adeguato per le canzoni. Il 95% delle canzoni parlano di Sentimenti. Per quel che riguarda “L’ultimo romantico” intendevo non il “sentimentalismo dell’innamorato”, ma lo spirito romantico…romanticismo in senso ottocentesco, che ha animato Beethoven, questo misto di passione, slancio verso l’infinito. Tutta una poetica che ritrovavo in fondo anche in quel disco perché ci sono degli esperimenti neoclassici, se vogliamo, neo romantici come in “Là ci darem la mano”, “Gaudeamus”, in cui mi sono cimentato in una musicalità che è propriamente ottocentesca, romantica, per un periodo mi divertivo a scrivere delle canzoni pop che però somigliavano a delle aree d’opera. Per la maggior parte delle persone, però, forse “Romantico” significa solo “Sentimentale” ed ho accettato il rischio di essere frainteso ed essere considerato il “sentimentalone”.

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Nel tuo ultimo album, però, si nota una sorta di sterzata a riguardo. Il tema predominante non è più l’amore, seppur presente in chiavi più velate; ma, come si suggerisce il titolo dell’album “Il tramonto dell’Occidente” e dell’attuale singolo “Il tramonto”, è la crisi della società contemporanea…Tale crisi viene raccontata con una “finta” leggerezza, come direbbe Pablo Neruda: “ridere è il linguaggio che alleggerisce l’anima”. Qual è il vero messaggio del tuo lavoro?

Questo disco si nutre di una certa distonia, tra la musicalità pop, a volte volutamente scanzonata di alcune canzoni, con il testo che, invece, picchia duro con il testo sarcastico ed ironico. E’ uno stile che richiama Battiato. Lui è stato un grande in questo a saper spiazzare con questi estremi, la sua formula comunque è più vicina al post-modern questa voglia di giocare con le citazioni colte: cultura alta e bassa messe assieme.E’ una formula, quindi, già sperimentata che abbiamo ripreso, poiché era il tipo di atteggiamento più giusto per affrontare determinate tematiche, altrimenti si rischiava di confezionare un album più pesante e pedante e siamo riusciti a dare un peso specifico al messaggio attraverso i testi e alle musiche dato che, comunque, è un disco pop.

L’intero album è stato scritto a “6 mani” con altri due grandi cantautori italiani: l’ormai tuo fido Kaballà e la vera new entry è: Francesco Bianconi. Com’è nato questo sodalizio artistico?

Due ruoli completamente differenti perché Kaballà si definisce la “mia coscienza maieutica”… mi aiuta a partorire. Io porto le idee e lui mi aiuta a tirarle fuori. Spesso arrivo con i miei taccuini e mi aiuta a tirare fuori tematiche e mi aiuta a riorganizzarle. Altrettanto spesso mi dà dei grandi input molto interessanti. E’ un po’ come lo psicanalista: tu parli con te stesso, però nel momento in cui verbalizzi dal terapeuta assume tutto un’altra valenza che ha dei risvolti. Alla stessa maniera Pippo (Kaballà n.d.r.) svolge questo ruolo con me. E’ strano come io sia riuscito a scrivere una canzone molto intima come “La virtù dei limoni” dedicata a mio padre…l’ho scritta con lui dopo che gl’avevo parlato di un po’ di aneddoti. Bianconi è una personalità molto forte, ben definita e peculiare. L’apporto di Bianconi ha dato una sterzata molto evidente. E’ interessante poiché lui aveva gli strumenti di alcune cose che io avevo in mente, ma che non ero riuscito a realizzare. Era da tempo che avevo in mente questo gioco post modern di contrapposizione di ironie, serio, prendere elementi trash e ribaltarli di significato.

Come sono nate le altre collaborazioni? Intendo con quello che potremmo definire il “tuo padre artistico”: Franco Battiato, fra l’altro già presente in tuoi precedenti lavori, gli stessi Bianconi e Kaballà, Giusy Ferreri, Alice e Nicolò Carnesi?

Volevamo rendere “collettivo” questo album e quindi volevamo degli ospiti che arricchissero il progetto e che sottolineassero l’idea di collettività che si esprime su questo declino occidentale. Sono state le stesse canzoni a suggerirci gli ospiti. C’è stato il famoso pellegrinaggio da Battiato per far pre ascoltare tutto l’album per ricevere la sua “benedizione”. Nello specifico in “Passau a cannalora” ci sono Kaballà e Bianconi per due motivi:  Kaballà si è sempre espresso nella sua attività come cantautore in siciliano, pur essendo emigrato ormai da oltre trent’anni a Milano, ha conservato questo ricordo anche mitizzato della Sicilia. Bianconi, invece, da toscano ultimamente manifesta un certo interesse per i dialetti. Ha provato il romanesco in “Fantasmi” e in altre occasioni ha cantato in veneto e quindi dopo avergli fatto un po’ da coach è stato molto credibile.

Sempre parlando di collaborazioni, sei stato autore per grandi nomi del panorama musicale Carmen Consoli, Raf, Syria, Antonella Ruggiero. Sia da autore che da interprete con quale altro artista ti piacerebbe lavorare?

Il sogno di ogni autore è collaborare con Mina. Mi è stato raccontato, ma non so quanto sia vero questo aneddoto, che Mina, quando uscì “Fortuna” nel 1994, sentì alla radio questo pezzo e se ne innamorò. Provò a cantarlo, ma ebbe difficoltà a cantare il testo perché è pieno di riferimenti a: “Iemanjá, axé” e probabilmente il testo le veniva un po’ ostico e, quindi, ha abbandonato il progetto, però sarebbe stata una bella cosa (ride n.d.r.)

Nel tuo primo singolo “Il ventre della città”, ma in generale un po’ in tutto il tuo percorso artistico, vi è una cura quasi maniacale per gli arrangiamenti con rimandi alla dimensione del teatro, della lirica o di grandi autori come Puccini, Bach. Come nascono queste contaminazioni musicali?

Ultimamente è un interesse molto vivo, già alla fine degli anni ’80 ascoltavo musica classica, poi l’ho un po’ accantonata…attualmente mi è tornato l’interesse. Ascolto musica classica in casa. Non sono, ovviamente, il primo che fa innesti nel pop nel classico. Da piccolo ascoltavo molto Elthon John, ma gli stessi Beatles l’avevano già fatto.
Poi ultimamente uno dei miei eroi è Rufus Wainwright che ha una solidissima preparazione classica, ha scritto un’opera e ne sta scrivendo un’altra e le sue canzoni sono definite “Pop-opera” perché sono armonicamente molto classicheggianti. Devo dire che i tre/quattro album di Rufus Wainwright sono dei grandi capolavori che mi hanno lasciato un segno.

Dovendo fare un bilancio dei tuoi 20’anni da solista, quali sono i brani a cui sei più legato? Parlo al plurale proprio per facilitarti il compito e non focalizzare l’attenzione solo su una.

Succede spesso che le canzoni che sono diventate più popolari anche ai tuoi stessi occhi assumono un valore diverso. Fortuna, Crudele, Un altro posto nel mondo alcuni dei brani che ho anche presentato al Festival di Sanremo. Fortuna è un pezzo amato dai musicisti per la sua armonia. Veramente nella sua semplicità è strana…ma accattivante. Del nuovo corso “Quello che ci manca”…mentre dall’album “Recidivo” forse “Spleen#132” con Franco Battiato…che è una canzone molto bella, ma che forse non è molto conosciuta.

E dell’ultimo album “Il tramonto dell’occidente”?

Sicuramente “Ventre della città” perché sono delle realtà che vedo nel sud in maniera più preponderante. Ad esempio se vuoi assaporare determinate cose a Milano devi andare proprio a Quarto Oggiaro, invece qui al Sud è proprio nel cuore, nel ventre della città.

Il tuo attuale tour ti porterà in giro per l’Italia, ricordiamo le prossime date: a dicembre sei il 4 a Palermo, il 5 a Foggia, l’8. a Corato, il 18 a Catania, il 19  a Messina . A Gennaio sarai a Milano. Ci troviamo nella provincia di Salerno e tu ci sei tornato per la seconda volta in pochi anni. Qual è il tuo rapporto con la città?

Ci torno sempre con molto piacere e nutro un buon ricordo della città. Come dicevi sono qui al Modo, in questo locale che vanta una tradizione particolare per l’ascolto della musica live, per la seconda volta: la prima volta da solo col pianoforte e la chitarra e stasera, invece, siamo qui con la band e speriamo vada tutto bene!

 

di Fabio D’Ambrosio (Eureka)

2 risposte a “Intervista a Mario Venuti / Esclusiva de L’Occhio”

  1. Anche io ero presente alla serata!
    Ho ritrovato l’atmosfera magica che si legge fra le righe di questa intervista!
    Grande Mario Venuti.

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