Intervista a Francesco Arcidiacono sul caso degli immigrati di Matierno

Intervista a Francesco Arcidiacono, presidente Arci Salerno sul triste episodio di razzismo avvenuto a Salerno.

Domenica 30 ottobre del 1939, intorno alle otto di sera, le astronavi dei marziani atterrano in una fattoria del New Jersey e da lì danno il via all’invasione aliena. Sulle frequenze della stazione radio CBS, gli americani seguono, di comunicato in comunicato, il terribile evolversi della faccenda: gli extraterrestri avanzano decisi alla conquista del pianeta Terra. Milioni di persone prendono per buoni – e veritieri – i comunicati della CBS. La gente si riversa per strada, si rifugia nei boschi, assalta le caserme della Guardia Nazionale, cerca conforto nella preghiera. Domenica 10 gennaio del 2016, intorno alle undici di sera, una folla inferocita prende d’assalto un’abitazione di Matierno, quartiere periferico di Salerno. In quell’abitazione vivono una decina di ragazzi extracomunitari. Tra di loro ce n’è uno che ha molestato una ragazzina del quartiere. Almeno questo è ciò che lei stessa ha raccontato. Nessun alieno sbarcò – ovviamente – nel New Jersey quella sera di settantasette anni fa. Ciò che la CBS trasmetteva era “La guerra dei mondi”, uno sceneggiato radiofonico tratto e adattato dal romanzo di fantascienza di Herbert George Wells e diretto dal giovanissimo Orson Welles. Nessun immigrato ha molestato quella ragazzina di Matierno. Sarà lei stessa ad ammetterlo con i propri famigliari e durante i colloqui con i carabinieri. La sua ammissione, però, arriverà troppo tardi. Quella domenica notte a Salerno si è ormai già scritta una delle pagine più brutte della storia della città: il trionfo della violenza e del più becero razzismo. Incontro Francesco Arcidiacono, presidente del Comitato Provinciale Arci Salerno. L’avevo già intervistato a maggio, in occasione della giornata mondiale del rifugiato. Avevamo parlato dei sacrosanti diritti umani di chi lascia la propria terra per sopravvivere e della disumana incoerenza di chi vuole sottrarsi al proprio dovere di accogliere e curare i propri simili in questa terra. Ci rincontriamo nell’accogliente saletta interna del Bar Verdi, qualche mese dopo, per parlare dei “fatti” di Matierno. Fatti che hanno attirato l’attenzione dei giornali e delle televisioni nazionali.

«Francesco, ora che il polverone mediatico è finito, ci racconta con calma cosa è successo?»

«Certo. Due settimane fa, domenica 10 gennaio, intorno alle ventitré, il mio telefono ha cominciato a squillare. Erano i ragazzi che vivono nella casa di Matierno a chiamarmi.»

«Vale a dire gli ospiti dello SPRAR curato proprio dal Comitato Arci Salerno, giusto?»

«Lavoriamo da una decina di anni, ormai, e con ottimi risultati, nel sistema di accoglienza integrata. Abbiamo in affitto un appartamento a Matierno, che è un quartiere periferico di Salerno, e lì ospitiamo otto ragazzi: sei africani, un afgano e un pachistano.»

«Cosa le dicevano al telefono?»

«In realtà non riuscivamo a comunicare granché, i ragazzi erano terrorizzati e non riuscivano a farsi capire. Riuscivo però a sentire in maniera distinta le urla della gente, i colpi assestati contro qualcosa e il rumore di vetri che vanno in frantumi.»

«Un assedio?»

«Anche se non potevo ancora rendermene conto, ciò che io stavo sentendo al telefono era il sonoro di un vero e proprio assedio.»

«Immagino il suo stupore.»

«Il problema era riuscire a comprendere cosa stesse succedendo. Ho cominciato a fare io le domande: siete nella casa? Ci siete tutti? C’è gente alla porta? Insomma, pian piano ho capito che stava accadendo qualcosa di molto brutto.»

«Ossia?»

«C’era della gente che voleva aggredirli, i vetri che stavano andando in frantumi erano quelli delle finestre della casa e i colpi che sentivo erano colpi dati alla porta di ingresso.»

«Perché l’appartamento in questione è al piano terra, quindi?»

«No, è al secondo piano di una palazzina. Gli aggressori avevano già sfondato il portone ed erano saliti al secondo piano. Era rimasta solo la porta d’ingresso dell’appartamento a separare questi scalmanati dal loro obiettivo.»

«Perché ce l’avevano con i ragazzi dello SPRAR?»

«Insistendo con le domande al telefono sono riuscito a capire che tutto aveva a che fare con il ragazzo pachistano. Ho chiamato il 112. Erano già stati avvertiti e fortunatamente erano già in procinto di intervenire. A questo punto mi sono messo in macchina e ho raggiunto anch’io Matierno.»

«Che cosa ha trovato?»

«Una cosa che non avevo mai visto prima in vita mia: la folla inferocita. C’era una cinquantina di persone che urlavano contro i ragazzi, strepitavano, sbraitavano, gridavano cose terribili contro i “nir”.»

«Il motivo?»

«Secondo loro, uno dei ragazzi dello SPRAR aveva messo le mani addosso a una ragazzina.»

«Lei c’ha creduto?»

«Assolutamente no, nemmeno per un attimo. Ma in quel momento la mia opinione non contava niente. Le persone che erano lì credevano che gli immigrati fossero colpevoli. E per questo la dovevano pagare.»

«Ha provato a fare qualcosa per calmare gli animi?»

«Potevo fare veramente poco. E poi c’erano già i carabinieri, avevano la situazione sotto controllo.»

«Ha avuto paura?»

«Non sono uno che vacilla, sono abituato a vivere situazioni di forte tensione. Ma in quel momento, lo ammetto, sono stato sul punto di crollare.»

«Ha resistito, però.»

«Sì, mi sono fatto forza e sono salito su, nell’appartamento. Lì mi sono reso conto che la situazione era ben più pazzesca di quello che avevo potuto immaginare. Due finestre erano state sfondate dalle pietre lanciate dalla gente. Il pavimento era un tappeto di vetri rotti e pietre. C’era anche un sampietrino. Mi si è raggelato il sangue nelle vene.»

«Poteva scapparci il morto.»

«Nella mia testa si era fatto largo il concetto di “devastazione”, non riuscivo a pensare a nient’altro. Ho mandato un messaggio alla mia compagna: la casa è devastata. Avevo la sensazione di qualcosa di enorme e terrificante.»

«E i vostri ospiti come stavano?»

«Erano sotto shock, completamente stravolti dal terrore. Tra l’altro, c’erano anche i carabinieri nell’appartamento, stavano registrando le loro generalità. E ciò non faceva che aumentare la loro paura, poiché temevano si trattasse di procedure per il loro arresto e la loro espulsione.»

«Oltre al danno, la beffa.»

«Li ho rassicurati un po’ spiegando loro che si trattava solo di normali procedure burocratiche d’identificazione e che i carabinieri erano lì per proteggerli e non per cacciarli via dall’Italia. Ho fatto da mediatore culturale, è il mio mestiere. Comunque sia, non credo si libereranno facilmente delle sensazioni di terrore assoluto che hanno provato quella notte.»

«Una brutta ferita.»

«È l’aspetto peggiore di questa storia. Forse a tutto il resto si può pure porre rimedio. O almeno provare a farlo. Ma per quanto riguarda loro, i nostri ospiti, sul piano emotivo e psicologico credo si sia consumata una rottura irreversibile, una frattura che non potrà essere in alcun modo ricomposta.»

«Perché è avvenuto tutto questo?»

«Per una bravata, un atto di bullismo.»

«Del ragazzo pachistano.»

«Nemmeno per sogno! Quel ragazzo è l’immagine dell’innocenza. Non farebbe male a una mosca.»

«E allora?»

«L’hanno preso di mira un gruppo di ragazzini del quartiere, tutto qui. Anche se tra gli ospiti dello SPRAR che risiedono a Matierno lui è – come dire? – il più “popolare”. Tutti lo conoscono, tutti sanno come si chiama. Tutti sanno, nel quartiere, che è un ragazzo educato, corretto e garbato come lo sono, d’altronde, tutti i pachistani.»

«Perché i bulli hanno scelto proprio lui, allora?»

«Semplicemente perché ha la colpa di cercare un minimo di contatto umano con i suoi coetanei.»

«Insomma, cos’è che ha fatto?»

«Avrebbe detto alla ragazzina qualcosa come “perché non vieni qua?”»

«Tutto qua?»

«Sì, tutto qua. Un approccio verbale. È una cosa che succede normalmente tra ragazzi, per strada.

«Possibile che non ci sia nient’altro?»

«L’hanno dichiarato il giorno dopo ai carabinieri i famigliari della ragazzina. La ragazzina aveva ammesso candidamente con loro che non era successo niente di niente. Non c’era stata assolutamente nessunissima molestia.»

«Che cosa assurda.»

«Già. Anche perché il ragazzo pachistano è veramente l’innocenza fatta persona. So per certo che nelle sue parole non c’era malizia né volgarità.»

«Quanti anni ha?»

«Ventidue. Ma gli africani che vivono con lui lo chiamano “il bambino” perché dimostra meno della metà degli anni che ha.»

«Da quanto tempo è in Italia?»

«Da tre anni. È un richiedente asilo. Inizialmente è stato accolto dalla Caritas, a Prato. Successivamente è entrato nello SPRAR ed è stato assegnato a noi, a Salerno. Quando è arrivato da noi, non faceva che piangere. Voleva tornare indietro, a Prato, lì si era fatto degli amici e non voleva perderli. Poi, dopo una settimana, ha smesso di piangere, è venuto in ufficio e ci ha mostrato una foto che aveva scattato con il suo cellulare, una foto in cui era ritratto sorridente insieme a una ragazza. Anche la ragazza sorrideva nella foto. Pensavamo fosse la sua fidanzata.»

«E invece?»

«Abbiamo capito, in seguito, che questo era il suo modo di approcciarsi alle ragazze: chiedere gentilmente – e sottolineo: gentilmente – di fare una foto insieme. Insomma, stiamo parlando pur sempre di un ragazzino. Un ragazzino solo. Che soffre la solitudine.»

«Ci hanno pensato i media a fargli compagnia.»

«Anche quello è stato un vero e proprio assedio. A Matierno, il giorno dopo, la troupe di Canale 5 mi ha letteralmente assaltato mentre arrivavo in auto. Le luci sparate negli occhi, il microfono puntato in faccia, le domande a raffica: sono cose che mai pensavo di dover vivere in prima persona. Tuttavia, sono riuscito a mantenere la calma. Invece di sgommare e scappare via, mi sono fermato e ho detto ai giornalisti: mi dispiace per voi ma qui non è successo niente.»

«Che delusione

«La cosa buffa è che Rete 4 aveva già messo in piedi la diretta da Matierno, con tanto di gruppo di facinorosi belli carichi pronti a sostenere le ragioni del quartiere contro gli immigrati del nostro SPRAR. Solo che nel frattempo il caso si era già sgonfiato e addirittura uno dei famigliari aveva già dichiarato proprio ai microfoni di Rete 4 che non era successo niente.»

«Niente strumentalizzazioni, dunque?»

«Ci hanno pure provato, a dire il vero. Nei programmi televisivi hanno usato la formula “alla violenza non si risponde con la violenza”.»

«Che come principio sarebbe pure giusto.»

«Certo, ma a quale violenza? Loro intendevano che alla violenza degli immigrati gli italiani non devono rispondere con altrettanta violenza. Questa morale non era assolutamente accettabile. È una cosa che ho affermato e ribattuto più volte in maniera netta: qui non c’è stata nessuna violenza da parte degli immigrati.»

«Le hanno creduto?»

«Non avevano alternative, dovevano credermi per forza. Ho richiamato ognuno dei partecipanti ai programmi televisivi alle proprie responsabilità. Chi, in questo momento storico così delicato, affronta temi così difficili davanti alle telecamere di una televisione nazionale deve farlo con la massima attenzione.»

«Ha funzionato?»

«Beh, credo proprio di sì: c’era anche Daniela Santanchè in studio durante la diretta di Rete 4, anche lei è rimasta calma per tutta la puntata.»

«C’è qualcosa di positivo in questa triste vicenda?»

«Dopo la diretta televisiva da Matierno, siamo rimasti in piazza a confrontarci con la gente del quartiere, a telecamere spente. Ecco, quello è stato un bel momento. La gente del posto sa bene che in sei anni di SPRAR a Matierno non è mai successo niente. E noi, dal canto nostro, sappiamo bene che Matierno non è un quartiere di razzisti. Questo è un quartiere con tantissimi problemi, è vero. Ma è ancora più vero che il problema di questo quartiere non sono gli immigrati.»

«Non andrete via da Matierno, quindi?»

«Questo non l’abbiamo ancora deciso. E non è una decisione facile. Andare via da Matierno sarebbe comunque una sconfitta. D’altro canto, bisogna considerare che questa storia poteva finire veramente male. È una cosa che deve farci riflettere. L’intera città dovrebbe riflettere su quanto è accaduto.»

«Come ha reagito, la città?»

«Tante associazioni e realtà cittadine ci hanno manifestato supporto e solidarietà sin dal primo momento.»

«E le istituzioni?»

«È questo il punto. In qualunque altra città ci sarebbe stata una condanna forte da parte delle istituzioni per stigmatizzare quanto accaduto e lanciare un monito affinché vicende simili non accadano più.»

«E a Salerno?»

«Stiamo ancora aspettando.»

Angelo Cariello.

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