“Cartoline dall’Italia”, Nicola Cinquetti: “Il mio sguardo curioso e meravigliato per la Letteratura dell’infanzia”

Intervista allo scrittore veronese Nicola Cinquetti in occasione della pubblicazione de "Cartoline dell'Italia"

Vincitore del Premio Castelfranco 2008, autore di molti titoli considerati classici della Letteratura contemporanea per l’infanzia, Nicola Cinquetti, originario di Pescantina, rappresenta un’importante voce nello sterminato panorama letterario per almeno due presupposti: è uno dei pochi scrittori ad attingere in maniera analitica e chiara ad autorevoli voci della produzione favolistica italiana e consegnarla in modo stilisticamente personale e, in secondo luogo, lo scrittore, che esercita  anche la professione di Docente di filosofia e storia in un Liceo di Verona, evidenzia, nelle sue storie valori e caratteristiche essenziali per l’universo giovanile oggi sempre più smarriti da bambini che non restano bambini per il tempo che gli sarebbe dovuto.

Cartoline dall’Italia” è, dallo scorso ottobre, il nuovo titolo dello scrittore edito da Lapis Edizioni.

 

Prof. Cinquetti,nel Suo ultimo libro,Cartoline dall’Italia Lei racconta e descrive le
principali città italiane in versi. Con che impostazione critica ha affrontato questo nuovo
lavoro rivolto ad un pubblico di giovanissimi lettori?
Quello che conta, in un libro di poesie per bambini, è anzitutto lo sguardo con cui si osservano le
cose, in questo caso i monumenti, i palazzi, i castelli, le chiese, le piazze delle città.
Anni fa, per le stesse edizioni Lapis, scrissi una guida turistica per bambini,
I bambini alla scoperta di Verona.Ecco, nel comporre queste nuove poesie ho ripreso quello stesso sguardo con cui avevo perlustrato e riscoperto la mia città: uno sguardo orientato dal basso verso l’alto, curioso,
meravigliato, sorridente e sempre pronto a lasciarsi trascinare dall’immaginazione e dal mito.

Nei Suoi lavori è fortemente presente, a mio parere, lo stile di due degli autori della Letteratura dell’infanzia la cui conoscenza risulta essere sostanziale per poter attingere astile, psicologia e conoscenza dell’universo e dell’immaginario dei bambini: mi riferisco a Gianni Rodari ed Italo Calvino. Quanto c’è di Calvino e quanto c’è di Rodari nelle sue opere? Esiste un filo comune che li associa?

Rodari e Calvino sono autori molto diversi. Rodari è uno scrittore per bambini, che si esprime nella
misura più alta nella filastrocca e nella favola. Calvino ama senz’altro il mondo infantile e fiabesco,
ma la sua ricerca narrativa e letteraria si muove entro orizzonti più ampi, e si rivolge in prima
istanza al lettore adulto. Se però ci riferiamo allo stile,non è difficile trovare un filo comune, che si
intreccia in due valori di fondo: chiarezza di parola e potenza di immaginazione.
Ma lei mi chiede quanto mi abbia influenzato il lavoro dei due scrittori. Per quanto riguarda Rodari,
io appartengo a una generazione, quella nata negli anni Sessanta, che alle scuole elementari già
leggeva i suoi testi e ne imparava a memoria i versi:
Chi è più forte del vigile urbano? / Ferma i tram con una mano.. Sui banchi delle medie, poi, avrei letto Marcovaldo, e negli stessi anni –fortuna mia – qualcuno mi avrebbe regalato per qualche ricorrenza Le città invisibili con il castellosospeso di Magritte in copertina.
Quando scrivo per bambini io amo scrivere in chiaro e liberare l’immaginazione. Da questo punto
di vista sono senz’altro debitore verso Calvino e Rodari, così come lo sono nei confronti di molti altri maestri di stile: per fare solo qualche nome, e limitarmi agli autori italiani, potrei citare Buzzati, Campanile, Ziliotto e naturalmente Collodi.
-La Sua precedente raccolta di storie dal titolo Ultimo viene venne il verme (anche qui il chiaro rifacimento riferimento al titolo Ultimo viene il corvo, che lo scrittore de Le Cosmicomiche pubblicò nel 1949); DI calviniano, forse, ha solo il titolo dato che il Suo modello, proprio per questo volume, è Rodari: un mondo bizzarro popolato di personaggi pittoreschi e caratteristici .E’ forse in questo volume che si potrebbe rinvenire un topos letterario comune?
iL titolo è un esplicito omaggio a Calvino, ma il mio libro è una raccolta di favole, e per questo dobbiamo tornare a Rodari e alla sue Favole al telefono,che ne sono il naturale modello, sia pure a distanza di tanti anni. C’è una recensione, tra le altre, che dice: “Nicola Cinquetti è riuscito Con Ultimo venne il verme a restituirci la stessa leggerezza, la stessa poeticità, la stessa ironia del racconto breve degno del grande maestro di Omegna”. Per me, il riconoscimento migliore che il libro potesse ricevere, anche perché espresso dalla voce libera e colta di Alessia Napolitano, libraia di Carpi, in Emilia (la cui libreria, peraltro, ha un nome calviniano: “Radice-Labirinto”).
In un periodo storico che ha visto mutare in modo repentino la distanza di studio, di
concentrazione e di gusto tra la generazione nata nei primi anni novanta e quest’ultima nata
dopo il duemila, la cosiddetta dei “millenials”, in cui, purtroppo, un uso smodato di mezzi
tecnologici già ai primi anni di vita rischia di distruggere il loro immaginario, quanto è
importante la funzione educativa di una letteratura per ragazzi?
Ogni generazione tende a giudicare con diffidenza quella successiva, e i cambiamenti e le
innovazioni che le appartengono. E forse è bene ricordare che anche ai miei tempi – voglio dire
quand’ero bambino – si ripeteva con amarezza che “i bambini non leggono più”. La colpa, allora,
era addossata in primo luogo alla televisione, così come ai giorni nostri si attribuisce al computer e
al cellulare. La questione, naturalmente, è complessa, ma io non vedo tutto questo tracollo
dell’amore infantile per la lettura, e credo che i libri e la letteratura, magari in forma e in misura
diverse, continueranno anche in futuro ad accompagnare le vite di bambini e adulti.
Se così non fosse – e ora provo a rispondere alla sua domanda – che cosa si perderebbe? Difficile da dire, nello spazio breve di un’intervista. Mi limito a considerare che la parola scritta, sia essa narrazione o poesia, è la via regia di accesso al mondo interiore, per cui la fine dell’educazione letteraria darebbe origine a bambini sempre meno capaci di comprendere sé stessi e il proprio sentire.

 

Vent’anni fa, nel 1998, usciva per le Edizioni Raffaello uno dei Suoi libri più suggestivi ed originali,
Un pirata in soffitta. Come nacque l’idea e la storia di questa
insolita amicizia tra il piccolo Achille Bufalini ed il pirata Mariano? Può raccontare qualche
aneddoto, qualche curiosità sul libro?
Un pirata in soffitta è a tutt’oggi uno dei miei libri più venduti e più letti. L’idea di partenza è
dichiarata in esergo al libro e rimanda – sembra una costante di questa intervista – alla Grammatica
della fantasia di Rodari e a quelle combinazioni fantastiche che l’autore suggeriva come spunto per
l’invenzione narrativa.
Una curiosità legata al libro riguarda la genesi del titolo: per parte mia avevo intitolato il
manoscritto La voce del mare (e i lettori ne capiranno il perché). L’editore, come talvolta succede,
ebbe di che obiettare: “Bello” mi disse, “ma sembra più il titolo di un racconto di Hemingway che di
un libro per bambini. Così, mi propose quest’altro titolo, che io accettai comunque di buon grado,
anche perché l’accostamento di un “pirata” e di una “soffitta” corrisponde a un vero “binomio
fantastico” rodariano.
Qual è, secondo Lei, il più vero insegnamento che Un pirata in soffitta consegna a grandi e piccini?
Che tipo di pirata oggi i bambini può bussare alle loro porte in una giornata
piovosa?
Il fine di un libro di narrativa non è quello di insegnare qualcosa, neppure se rivolto ai bambini. Non
fa eccezione, in questo, il mio libro, che si sviluppa secondo un libero gioco di fantasia e cerca
soltanto di trascinare il lettore nel vortice di una storia che si risolve solo all’ultima pagina, anzi
all’ultima parola. Anche se è vero che il lettore è sempre libero di trarre dall’esperienza di lettura
suggestioni e insegnamenti, al di là delle intenzioni dell’autore.
Quanto ai pirati che oggi potrebbero bussare alle porte – anzi alle finestre – dei bambini, sarei
tentato di dirle che il tempo dei pirati è finito. I pirati sono spariti. I pirati sono spirati. Ma adesso la
devo lasciare, perché piove e bussano alla mia finestra.

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