Rubare sul lavoro si può? Giudice annulla licenziamento dell’impiegato ladro

Rubare sul lavoro si può? Giudice annulla licenziamento dell’impiegato ladro


L’impiegato infedele, condannato e licenziato per aver rubato 15mila euro dalla cassaforte dell’ufficio postale di Vasto, dovrà essere reintegrato con tante scuse: il giudice del Lavoro ha annullato il b ordinando a Poste Spa di versargli un anno di stipendi arretrati e pagare le spese legali. E se la sentenza comminata dal Giudice del Lavoro del Tribunale di Chieti, Ilaria Pozzo, suona paradossale, aspettate di sentire la motivazione: anziché trasferirlo, sospenderlo e attendere prudentemente la fine del processo di primo grado, a norma di legge l’ufficio in cui era impiegato avrebbe dovuto licenziarlo in tronco.

Dopo cinque anni di battaglia legale P.R., 58 anni, il 22 agosto dello scorso anno era stato condannato in primo grado a un anno e nove mesi dal tribunale penale di Vasto per appropriazione indebita. Nell’estate del 2012 era riuscito a sottrarre 14.500 euro dalla cassaforte, di cui aveva le chiavi, nella sede centrale delle Poste di Vasto, dove lavorava all’epoca.

A tradirlo era stata un’intercettazione ambientale e telefonica: aveva catturato una conversazione privata in cui, sapendo di essere sospettato dai colleghi e sentendo sul collo il fiato degli inquirenti, valutava se fosse il caso di restituire il bottino: “Mi sa che mo’ glieli riporto…”.

Un paio di mesi dopo il furto, a ottobre 2012, la direzione lo trasferisce a Chieti. E quando scattano le misure cautelari disposte dal giudice delle indagini preliminari, il dipendente infedele viene subito sospeso dal lavoro; per poi essere reintegrato il 12 maggio 2014, un anno e mezzo dopo, su istanza dei suoi avvocati Carmine Di Risio e Marialucia D’Aloisio.

Infine con la sentenza di condanna penale in primo grado, il 22 agosto 2016, le Poste rompono gli indugi: a fine ottobre fanno scattare il licenziamento, subito impugnato dai legali del postino. Al quale, per altro, era andata decisamente bene anche in sede penale: difeso dagli avvocati Giovanni e Antonino Cerella, era riuscito a evitare la condanna per il reato ben più grave di peculato, di cui era accusato, cavandosela con un anno e nove mesi per appropriazione indebita, con pena subito sospesa e ricorso in Appello da istruire.

Ma è di fronte al giudice del Lavoro che avviene il capolavoro del reintegro, con tanto di pagamento degli arretrati: “La società – è scritto nella sentenza – disponeva sin dal 2012 di tutti i dati sufficienti per procedere a una contestazione disciplinare”. L’attesa “della sentenza di condanna”, quindi, “non si giustifica”: la “contestazione formale” è “irrimediabilmente tardiva”.

Dunque: di fronte al furto e con le indagini in corso, le Poste lo avevano subito trasferito a Chieti e sospeso. Ma avevano dovuto riammetterlo al lavoro, su istanza dei suoi legali, dopo una serie di decreti ingiuntivi per recuperare gli stipendi che rifiutavano di pagargli. Così, rieccolo in ufficio a Chieti; ma tenuto a scaldare sedie o poco più, parcheggiato in attesa di condanna, e tuttavia anche questo ora rischia di essere un passo falso: per il demansionamento si profila una nuova battaglia legale…

Intanto, postino e avvocati si godono la vittoria per ko: “Sono contento – ha detto P.R. al sito vastese Zonalocale – di poter ricominciare a lavorare. Sto rivedendo la luce e, con me, la mia famiglia che mi ha sempre sostenuto”. “Il giudice – spiega l’avvocato Di Risio – ha applicato un principio di civiltà, perché il fatto deve essere contestato tempestivamente al lavoratore altrimenti si annulla il diritto alla difesa. Basta pensare alla difficoltà di cercare testimoni su fatti vecchi un quinquennio. Non è la sentenza a essere assurda, sono loro ad aver agito in modo sbagliato”.

Nella denuncia presentata dal direttore delle Poste, sostiene il collegio difensivo dell’impiegato postale, dicevano di aver svolto accertamenti e trovato riscontri: avevano già tutti gli elementi per licenziare, insomma. Ma non l’hanno fatto, e dopo il danno ecco la beffa.


Fonte LaRepubblica

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